Vai ai contenuti. | Spostati sulla navigazione

Home Visite tematiche nel Museo Collezioni Pompeiane
Vai su di un livello
Tematisma

Collezioni Pompeiane

Storia museografica Dei due nuclei storici fondamentali che hanno contribuito nel loro insieme hanno contribuito a comporre le raccolte espositive del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, quello delle cosiddette "Collezioni pompeiane" è forse il più conosciuto e celebre nel mondo. La loro formazione risale al Settecento ed è legata alla nascita e all'evoluzione della ricerca archeologica nell’area Vesuviana, iniziata e nel 1738 e sviluppatasi con continuità nel corso di due secoli e mezzo.In tale modo arredi, statue, mosaici, affreschi, utensili provenienti dall’area Vesuviana e conservati oggi nel Museo costituiscono il più ampio campionario della cultura e della vita quotidiana romana in Campania, sullo scorcio del I sec. d.C. Il nuovo allestimento del Museo, tuttora in corso, investe anche le raccolte “pompeiane”. Molte di esse si presentano ancora nella originaria organizzazione per generi e materia operata dal Fiorelli, che viene un po’ alla volta riconsiderata in modo da prediligere esposizioni per temi o ricostruzioni di contesti, edifici pubblici o privati, particolarmente interessanti e ben rappresentati. La prima realizzazione attuata secondo tali criteri fu, nel 1973, l’allestimento della Villa dei Papiri, seguita poi dalla risistemazione dei materiali del Tempio di Iside da Pompei (1992), o ancora quelli del Gabinetto Segreto (2000), della Casa del Fauno (2001), o le sale tematiche dedicate ad economia ed affari nel “Medagliere” (2001). Attualmente è in corso di riallestimento anche l'intera sezione dedicata alla Pittura pompeiana. Le sezioni che ora comprendono oggetti e manufetti provenienti dalle città antiche dell'area Vesuviana sono: Affreschi di Pompei; Argenti; Avori, ossi, terrecotte invetriate; Casa del Fauno; Collezione Epigrafica; Gabinetto Segreto; Mosaici; Numismatica; Sculture della Campania romana; Suppellettile in bronzo; Tempio di Iside; Vetri; Villa dei Papiri. Storia degli scaviFondamentale ed esemplare, dunque, per comprendere i criteri e le modaltà di formazione di questo complesso di raccolte è la storia degli scavi di Ercolano e di Pompei; quest'ultima trova la sua visualizzazione fisica nel grande Plastico di Pompei esposto nel Museo. Il Settecento Carlo di Borbone, re del Regno di Napoli, intraprese gli scavi a Portici, nei pressi di una delle residenze reali di villeggiatura, in una zona dove, intorno al 1710 - 1711, il generale dell’esercito austriaco Emmanuel-Maurice de Lorraine, principe d’Elboeuf rinvenne delle statue poi finite alla corte di Sassonia. Nel corso dei lavori si ebbe la fortuna di scoprire una notevole quantità di altre statue ed iscrizioni facenti parte della decorazione della scena del Teatro di Ercolano. Poco tempo dopo, nel 1748, cominciarono anche gli scavi a Pompei, ed un anno dopo a Gragnano, dove verranno esplorate le ville di Stabiae. Da questi fortunati scavi affluirono nelle collezioni del re una pregevole quantità di oggetti d’arte, d’artigianato, ed in genere di testimonianze della vita quotidiana e della cultura antiche: statue in bronzo ed in marmo, reperti eccezionali come papiri, commestibili, ed ancora mosaici, armi, oggetti preziosi e di uso comune, ed una sorprendente serie di pitture, che apparivano intatte e con colori brillanti, come sino ad allora non si erano quasi mai ritrovate, né si conservavano in nessuna collezione d’Europa. Le straordinarie scoperte, rese note anche grazie alla pubblicazione di opere come il “Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie”, scritta nel 1782 dell’Abbé de Saint-Non, suscitarono ben presto l’attenzione del mondo e contribuirono a inserire la capitale del Regno tra le tappe obbligate del Grand Tour, il pellegrinaggio culturale effettuato da studiosi e gentiluomini europei per perfezionare le loro ricerche sulle fonti dell’Antico. Per sistemare l’enorme quantità di oggetti rinvenuti a partire dal 1750 fu attrezzata a sede di un Museum Herculanense, la Villa Reale di Portici. Sempre a Portici, tra 1748 - 1749 il re Carlo di Borbone istituì una scuola d’incisione in rame, chiamando artisti italiani e stranieri a preparare le tavole (le cui matrici si conservano al Museo Archeologico Nazionale) per le opere commissionate alla Stamperia Reale; e lo stesso sovrano, nel 1755, fondò l’Accademia Ercolanese, composta da quindici membri, appositamente istituita per curare la pubblicazione e l’illustrazione dei risultati degli scavi. La grandiosa iniziativa editoriale delle Antichità di Ercolano esposte (1757 - 1792), rimane dunque un evento di singolare rilievo nel secolo e nella storia della letteratura archeologica.Inoltre per gestire una così abbondante e continua raccolta di antichità il re dovette creare anche una struttura scientifica ed amministrativa che provvedesse agli scavi, alla custodia ed alla gestione di questo ingente patrimonio. In parte si ricorse a dotti locali, in parte si chiamarono esperti fuori del Regno, come lo scultore francese Joseph Canart, che ebbe il compito di organizzare il lavoro di restauro, ed il romano Camillo Paterni, nominato direttore del Museo Ercolanense.L’impresa di scavo era gestita da uno staff di persone: l’ingegnere militare Roque Joachim de Alcubierre era il direttore di campo e responsabile dello scavo (1738 - 1741 e 1745 - 1780), assistito dagli ingegneri in subordine Karl Weber (1750 - 1760) e Francesco La Vega (1764 - 1780, poi direttore degli scavi fino al 1784), che si occupavano di redigere i Giornali di scavo, o controllavano la loro stesura eseguita dai Soprastanti. Su tutti vigilava con passione e grande cultura il potente primo ministro ed amico del re, il marchese toscano Bernardo Tanucci, che decideva sui restauri o sugli allestimenti del Museo di Portici. Le particolari condizioni di seppellimento delle città vesuviane, soprattutto di Ercolano, determinarono, all’inizio, l’adozione della tecnica di scavo per cunicoli sotterranei con pozzi di discesa e di aerazione. Il sistema, alquanto pericoloso, consentiva, tuttavia, solo il recupero di oggetti di particolare pregio, finalizzato in effetti a soddisfare i desideri dei Borbone di trovare splendide opere da esporre nel loro Museo di Portici.Ad Ercolano, tra il 1754 ed il 1764, si scavò parte della cosiddetta Villa dei Papiri, una delle più grandi e sontuose ville romane mai esplorate, che restituì una straordinaria raccolta di opere d'arte (busti, erme, statue, in marmo e bronzo) ed una cospicua biblioteca di papiri greci e latini (quest’ultimi oggi conservati in un’apposita sezione della Biblioteca Nazionale di Napoli). Tuttavia, Ercolano restituì numerosissimi altri eccezionali reperti: tra questi, le due grandi statue equestri marmoree di M. Nonio Balbo, rinvenute nella cosiddetta Basilica, dalla quale provengono anche gli splendidi affreschi di IV stile con Eracle e Telefo, Chirone ed Achille, Marsia ed Olimpo, Teseo ed il Minotauro.Il 23 marzo 1748 l’abate napoletano Martorelli, con l’aiuto dell’ingegnere militare Roque Joachim de Alcubierre, pensando di essere sulle tracce dell’antica città di Stabia, iniziò uno scavo nell’area della Civita. In questa fase, nell’area dove poi si identificò l’antica città di Pompei, le ricerche si svolsero in modo disordinato e sporadico fino al 1749, per riprendere con maggiore assiduità nel 1754 con lo scavo della cosiddetta Villa di Cicerone a Porta Ercolano, già esplorata nel 1749, che restituì numerosi frammenti di affreschi a fondo nero di III stile, oltre ai due pregiati emblema musivi firmati da Dioscuride di Samo. Tra il 1755 ed il 1757 si esplorarono i Praedia di Iulia Felix (II, 4, 3), a Nord dell’anfiteatro, che restituirono splendidi quadretti con nature morte o con scene di vita nel foro. Tuttavia, fu solo nel 1763, durante lo scavo della necropoli di Porta Ercolano, che si comprese che il colle di Civita corrispondeva all’antica città di Pompei, in particolare grazie al rinvenimento dell’iscrizione di Titus Suedius Clemens, nella quale si indicava chiaramente la Res Publica Pompeianorum. Gli scavi effettuati a Stabiae, sulla collina di Gragnano, riguardarono sia la villa di S. Marco (1749) che la Villa di Arianna (1757 - 1762); tra i numerosi oggetti rinvenuti vi sono i famosi affreschi raffiguranti la Flora, Medea, Leda con cigno, e Penelope. Nel 1759 Carlo lasciò il trono di Napoli al figlio Ferdinando, di soli otto anni, per andare ad occupare, con il nome di Carlo III, quello di Spagna. A reggere le sorti del Regno, a tutela del re minorenne, fu in realtà fino al 1776 il ministro Tanucci, con il quale proseguì l’attività di esplorazione nei siti Vesuviani. Tra il 1764 ed il 1766 si scavò a Pompei l’area dei Teatri, il Foro Triangolare, ed il Tempio di Iside, celebre per le pitture ricche di richiami al culto iliaco ed al mondo nilotico. Intorno al 1770 le ricerche si spostarono di nuovo verso Porta Ercolano, con lo scavo della Casa del Chirurgo (VI, 1, 10), che restituì un notevole gruppo di strumenti chirurgici, e quello della villa pseudourbana detta di Diomede (1771 - 1774), nei cui sotterranei si rinvennero diverse vittime dell’eruzione, tra le quali donne con gioielli, ed un tesoretto monetale. L’Ottocento Con la trasformazione del Palazzo dei Regii Studi di Napoli in Museo, sin dalla fine del Settecento, cominciò il trasferimento, ultimato verso il 1827, dei materiali vesuviani dal Museum Herculanense di Portici all’attuale Museo Archeologico.Durante il decennio francese gli scavi ripresero con Giuseppe Bonaparte dal 1806 al 1808, ma con maggiore intensità con Gioacchino Murat e di sua moglie Carolina Murat, i quali si impegnarono tenacemente nell’impresa di disseppellire “l’intera città” di Pompei. La passione e l’entusiasmo della regina per le antichità si manifestarono concretamente anche con la sua presenza durante le attività di scavo e con continui incoraggiamenti e sussidi personali agli operai. In questa fase si individuò e si portò alla luce la cinta muraria, l’anfiteatro, parte della zona del Foro, la Basilica e diverse abitazioni private, fra cui la Casa di Pansa (VI, 6, 1), nell’insula Arriana Polliana. Nel 1816 Ferdinando ritornò a Napoli dall’esilio di Palermo, con il titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie, e diede al Museo la denominazione di “Real Museo Borbonico”. Elemento chiave e di continuità nelle vicende museali e nelle ricerche archeologiche fu la figura di Michele Arditi che conservò, fino al 1838, gli incarichi di Direttore del Museo e Soprintendente degli Scavi del Regno, da lui ricoperti fin dall’inizio del periodo napoleonico. Personaggio di grande levatura nel panorama dell’antiquaria italiana sette - ottocentesca, egli si fece promotore di numerose iniziative per gli scavi di Pompei e fu autore di diversi progetti legislativi per gli scavi e per i musei. A Ferdinando I successe il figlio Francesco I (1825 - 1830) e con lui, negli anni venti, si ripresero, dopo circa mezzo secolo, gli scavi ad Ercolano (1828 - 1855), non più per cunicoli, ma a cielo aperto. Tuttavia, sensazionale sorpresa suscitarono le scoperte avvenute a Pompei, nella Casa del Fauno (VI, 12, 2), esplorata tra il 1830 ed il 1831: gli scavi, infatti, restituirono al Museo gli splendidi mosaici, tra i quali il celebre "Mosaico di Alessandro", oggetti che costituiscono il nucleo più prezioso della collezione napoletana per qualità e ricchezza figurativa, insieme ad altri materiali provenienti dalla stessa casa. Durante il regno dei successori di Francesco I, Ferdinando II (1830 - 1859) e poi Francesco II, l’ultimo dei Borbone che rimase sul trono solo per un anno, le ricerche continuarono con gli scavi nelle regiones VI e VII, ai lati di Via dell’Abbondanza, e con lo sterro delle vie della Fortuna e di Nola e delle insulae prospicienti. Dopo l’Unità d’Italia le indagini archeologiche proseguirono con nuovo fervore ed una nuova organizzazione nelle ricerche, nella metodologia di scavo, e di restauro, questo grazie al preziosissimo contributo offerto dall’archeologo e numismatico Giuseppe Fiorelli, che diresse gli scavi ed il Museo dal 1863 al 1875. Per gli scavi, egli cercò di procedere in modo più sistematico, collegando i nuclei già scavati e lasciando in situ gli affreschi. Per il Museo, nel quale continuarono ad affluire i numerosi reperti, egli lavorò con grande passione al riordino delle collezioni, e lasciò nel grande plastico di Pompei uno straordinario strumento didattico e documentario per l’illustrazione della storia della ricerca nella città. Molte furono le sensazionali scoperte della seconda metà dell’Ottocento, tra le quali la Casa del Citarista (1853 - 1872), dove fu rinvenuta la celebre statua bronzea dell’Apollo citaredo, da cui derivò la denominazione alla lussuosa abitazione; la lucerna bilicne in oro, un unicum assoluto nel suo genere, rinvenuta nel 1863 nell’area del Tempio di Venere; la Casa di L. Cecilio Giocondo (1875 - 1876), famosa per le “tavolette cerate” (documenti di contabilità); la Casa del Centenario (1879 - 1880), che restituì il celebre affresco con Bacco ed il Vesuvio e una statua bronzea di satiro con otre. Successivamente le immissioni nel Museo di materiali dall’area vesuviana divennero molto sporadiche. Il Novecento Gli anni a cavallo tra i due secoli furono caratterizzati dagli scavi delle ville suburbane dati in concessione ai privati, che portarono perciò alla dispersione di un ingente patrimonio. Fu così che il “Tesoro di Boscoreale”, scoperto nel 1895 nella Villa della Pisanella, composto da argenterie, gioielli e monete, dopo complesse vicende, confluì in gran parte al Louvre (argenterie e gioielli) e sul mercato antiquario di Londra (monete). Sempre da Boscoreale, gli splendidi affreschi della villa di Publius Fannius Synistor, subito dopo lo scavo, compiuto tra il 1894 ed il 1900, furono distaccati e ricomposti in 71 "quadri", e divisi in diversi musei stranieri, tranne i due conservati nel Museo di Napoli. Il secondo decennio del Novecento fu contrassegnato dal disseppellimento dell’intera via dell’Abbondanza a Pompei, sotto la direzione da Vittorio Spinazzola; mentre gli anni tra il 1924 ed il 1961 furono incentrati sull’intensa e lunga attività di Amedeo Maiuri. Egli riprese le ricerche ad Ercolano, interrotte nel 1877, che si svolsero dal 1927 al 1958.Nel corso dell’esplorazione pompeiana della Casa del Menandro (I, 10, 4), nel 1930, il famoso archeologo rinvenne uno dei maggiori tesori di argenteria di Pompei, composto da ben centodiciotto pezzi, esposto attualmente nella sala degli Argenti.

Ulteriori informazioni
Dati tematisma
Bibliografia:

Collezioni Museo 1989; Museo Archeologico 1994; Museo Archeologico 1999; De Caro 2001b; De Gemmis 2001.