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Home Percorsi di visita nel Museo Avori, ossi e terracotte invetriate
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Collezione

Avori, ossi e terracotte invetriate

La collezione degli oggetti in avorio ed osso comprende circa tremila esemplari, quasi esclusivamente di provenienza vesuviana, datati tra la tarda età ellenistica ed il 79 d.C. Nella stessa sala sono esposti anche alcuni reperti in terracotta invetriata, tecnica di origine egizia, molto diffusa in età ellenistica e poi romana.

Storia e formazione: la collezione degli oggetti in avorio ed osso, quasi esclusivamente di provenienza vesuviana, in particolare da Pompei e solo in minima parte da Ercolano, comprende circa tremila esemplari che ricoprono un arco cronologico che va dalla tarda età ellenistica al 79 d.C. All’inizio dell’età ellenistica l’avorio è utilizzato per la realizzazione di statue di culto e per la ricca suppellettile che spesso accompagna le cerimonie ufficiali. In seguito alle conquiste romane in Africa ed in Asia ed attraverso le relazioni commerciali con il mondo greco, l’impiego dell’avorio si diffonde su più larga scala per oggetti di pregio, mentre in osso sono quelli di minore conto.

Percorso: anche le cittadine di Pompei ed Ercolano vengono investite dal fenomeno della produzione su larga scala di manufatti in avorio ed osso. Di avorio sono le statuette delle divinità più venerate, soprattutto Venere ed Ercole, collocate nei larari domestici, e le statuette ornamentali raffiguranti i più diversi soggetti, ma ancora più numerosi sono gli elementi di rivestimento impiegati per la decorazione di mobili: placchette lavorate a rilievo o a traforo, pomelli e appliques figurate ad alto rilievo.Anche nei necessaire da toilette femminile sono presenti diversi oggetti in avorio o in osso: aghi crinali, pettini (di notevole pregio è un esemplare dalla casa IX, 5, 18 di Pompei) decorato con due pavoni incisi e dipinti), piccole pissidi contenenti prodotti cosmetici preparati ed applicati mediante spatole o cucchiaini. Altri oggetti di uso, quali specchi e coltellini, presentano, a volte, il manico in avorio lavorato. Tra gli oggetti esposti sono anche delle tessere, targhette rettangolari o diversamente configurate, con inciso a volte un nome ed un numero, altre volte solo un numero, usate come pedine da gioco. In osso ed, in qualche caso, in avorio sono i dadi da gioco e gli astragali, ottenuti dall’omonimo osso di alcuni animali ed utilizzati per un gioco simile a quello dei dadi già noto nel mondo greco. I pochi esemplari non pervenuti dai centri vesuviani, ma da altre località, in particolare dall’area flegrea, sono costituiti per lo più da oggetti di uso personale ritrovati in contesti funerari durante gli scavi ottocenteschi, come la splendida cassetta portagioie da Cuma.Nella stessa sala sono esposti anche alcuni oggetti in terracotta invetriata, una tecnica molto antica, che si distingue, in base alla composizione chimica del rivestimento, in invetriatura alcalina ed a vernice piombifera. La prima, di origine egizia e diffusa in epoca ellenistica, fu impiegata nel periodo romano per produrre vasellame di piccole dimensioni, principalmente di forma globulare con basso piede ed orlo piatto; particolare è un bicchiere monoansato con fregio di animali fantastici di gusto orientale. La seconda, anch’essa adoperata in Egitto in età ellenistica e romana, trovò gradimento anche nelle città vesuviane, come documentano gli esemplari esposti: lucerne di grandi dimensioni, coppette skyphoidi, kantharoi con anse ad anello e vasca decorata a motivi vegetali di tradizione ellenistica e derivata da prototipi d’argento, statuette modificate in contenitori con beccuccio ed ansa inserita, ovvero realizzate a scopo ornamentale, come quelle a forma di coccodrillo personificazione del dio Sobek o Suchos, o quella configurata come rana dalla Casa delle Nozze d’argento (V, 2, 1). Tali oggetti erano impiegati come ornamenti da giardino con la funzione di giochi d’acqua ben rispondenti al gusto decorativo egittizzante, diffusosi nel I sec. d.C., presso una clientela raffinata che desiderava dare un aspetto nilotico ai propri giardini o impluvia. Altri soggetti rappresentati, ispirati al mondo egizio che si ritrova anche in molte pitture di età imperiale, sono il dio Ptah-pateco, divinità principale di Menfi, ed il nano Bes, raffigurato generalmente con volto largo barbuto, occhi grandissimi, orecchie tese, lingua in fuori, gambe arcuate, e sul capo una corona di piume di struzzo, molto diffuso e popolare per le sue qualità apotropaiche.

Ulteriori informazioni
Dati collezione
Bibliografia:

Borriello 1989; Ziviello 1989a; Museo Archeologico 1994; Museo Archeologico 1999.

Collocazione: Primo piano, sala LXXXVIII