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Collezione

Collezione epigrafica

Una delle principali nel suo genere sia per il valore dei documenti raccolti, sia per la sua importanza nella storia dell'epigrafia, comprendente oltre duemila documenti principalmente in lingua latina, circa duecento in greco ed un centinaio nei dialetti dei popoli italici.

Storia e formazione: la collezione epigrafica del Museo Archeologico di Napoli è una delle principali nel suo genere sia per il valore dei documenti raccolti, sia per la grande importanza che ha svolto nella storia dell’epigrafia. La raccolta comprende oltre duemila documenti principalmente in lingua latina, circa duecento in greco ed un centinaio nei dialetti dei popoli italici. Essa consta di materiali di diversa origine: il nucleo più antico è quello farnesiano con circa duecentoquaranta epigrafi, nel quale era confluita la preziosa raccolta di Fulvio Orsini, il dotto antiquario e bibliotecario dei Farnese. La collezione, ereditata da Carlo di Borbone e trasferita a Napoli insieme agli altri beni farnesiani, venne qui incrementata con altri importanti nuclei di iscrizioni: la raccolta del cardinale Stefano Borgia, formatasi in particolare nel Lazio e nell’Umbria, costituita da circa duecentosessanta iscrizioni; la raccolta di Francesco Daniele, l’erudito settecentesco appassionato di numismatica ed epigrafia campana, il quale riunì numerosi documenti provenienti principalmente da Capua e zone limitrofe; la raccolta di un altro grande antiquario, il vescovo Carlo Maria Rosini, composta da iscrizioni provenienti dall’area flegrea e conservata presso il seminario di San Francesco a Pozzuoli fino al 1856, anno della vendita al Museo di Napoli. Altri piccoli nuclei collezionistici entrati a far parte della collezione, per acquisto o per dono, contribuirono ad accrescere il patrimonio epigrafico: tra questi la raccolta acquistata dal canonico Andrea de Jorio (1827); le epigrafi donate da Michele Arditi, direttore del Museo di Napoli tra il 1807 ed il 1837, quelle donate dal principe di San Giorgio Spinelli nel 1853, le iscrizioni provenienti da Cuma donate da Emilio Stevens (1882 - 1888). Tuttavia un contributo sostanziale venne dato dai numerosi rinvenimenti occasionali e dagli scavi eseguiti dal Settecento ai nostri giorni in Campania e nelle regioni dell’Italia meridionale facenti parte del Regno delle Due Sicilie.Nel vecchio ordinamento del Museo le epigrafi erano disposte sulla parete nella “Sala del Toro Farnese” ed in quelle precedenti, divise in classi sulla base del contenuto; successivamente, cresciute notevolmente di numero, vennero collocate confusamente nell’atrio e nei giardini. Dopo il 1929, la collezione venne sistemata negli ambienti e lungo il porticato del nuovo corpo di fabbrica alle spalle del Museo; ma la sistemazione risultò inadeguata e per oltre un cinquantennio la raccolta non fu visibile ai visitatori. L’esposizione, allestita nel 1995 nelle sale CL-CLVII del primo livello seminterrato, propone un’ampia e significativa scelta di iscrizioni ordinate per aree culturali. Vi troviamo: quelle dalla Magna Grecia e Sicilia, e da Neapolis; i documenti dell’Italia centro meridionale nei dialetti italici; i materiali relativi alle leggi ed alla romanizzazione e le iscrizioni di età romana provenienti dall’area vesuviana e da Puteoli.

Percorso: nella sala CL, dedicata alla documentazione greca, sono esposte le Tavole di Eraclea, due lastre di bronzo rinvenute tra Eraclea e Metaponto, in Basilicata, con testi in greco della fine del IV - inizi del III sec. a.C. relativi all’amministrazione di alcuni terreni di proprietà dei santuari di Dioniso e Athena Poliade nel territorio di Eraclea. Non meno importanti sono le laminette orfiche rinvenute in due sepolture del IV sec. a.C. nel territorio di Thurii, in Calabria; esse indicavano le istruzioni per condurre l’anima dei defunti, adepti alla dottrina misterica che si faceva risalire ad Orfeo, alla destinazione finale di beatitudine eterna al termine del ciclo di reincarnazioni.
Nella sala CLI, una sezione particolare è dedicata alla grecità di Napoli, una città che mantenne e difese i suoi legami con la tradizione, la cultura e la lingua greca. Tra le diverse iscrizioni che attestano le istituzioni, i culti, gli agoni della città è quella con la dedica della fratria degli Aristei, della fine del I - inizi del II sec. d.C. Perduranti memorie di antiche forme greche di organizzazione sociale, le fratrie erano infatti una sorta di associazione con sedi e culti propri e forse anche sepolcreti comuni. Sempre nella sala CLI e nella CLII è esposta una significativa selezione di epigrafi italiche provenienti dall’Italia centro meridionale.
Tra i documenti di rilievo sono la stele funeraria da Bellante, databile verso la metà del VI sec. a.C., con la raffigurazione stilizzata del defunto e l’iscrizione in lingua sabellica; la Tabula Veliterna della collezione Borgia, il principale documento della lingua dei Volsci (IV sec. a.C.); la Tabula Bantina (sala CLIII) da Oppido Lucano, che riporta su una faccia una legge osca del I sec. a.C. e sull’altra alcuni passi di una legge latina. Di grande importanza per la storia dell’epigrafia italica è altresì il Cippo Abellano (sala CIII), il maggior testo in lingua osca, rinvenuto alla fine del Seiento e riutilizzato come soglia di porta (l’originale si conserva nel seminario arcivescovile di Nola, mentre al Museo è esposto un calco).
Numerose sono le iscrizioni osche da Pompei che forniscono un importante contributo alla conoscenza della storia della città: tra queste la splendida meridiana dalle Terme Stabiane (sala CLV).
Di notevole rilievo è una particolare sezione, nella sala CLIII, dedicata a leggi, decreti, documenti pubblici e privati che consentono di comprendere la storia di Roma e l’espansione del suo sistema statuale nell’Italia antica. Tra i materiali esposti sono la Tabula Bembina, conservata in otto frammenti e facente parte della collezione Farnese. Nella faccia anteriore della Tabula è riprodotto il testo di una legge giudiziaria probabilmente del tribunato di Gaio Gracco (123 - 122 a.C.) sulle malversazioni, mentre dall’altro lato è la lex agraria del 111 a.C. Alcuni testi chiariscono i rapporti con le città alleate, come la Lex Antonia de Termessibus del 71 a.C. sui privilegi fiscali concessi alla città di Termessos maior in Asia Minore; altri forniscono informazioni sulla composizione del Senato, come la lex Cornelia de XX Quaestoribus, dell’81 a.C. Documenti interessanti per la storia amministrativa, politica, religiosa sono anche le dediche sacre, i diplomi di congedo militare, come la Honesta missio da Stabia del 49 d.C., ed i calendari che ordinavano tutte le attività della città. Altre iscrizioni offrono informazioni utili sull’organizzazione del territorio, come i cippi miliari e di centuriazione: un esempio è il cippo di confine della colonia Iulia Felix Capua da Santa Maria Capua Vetere.
La cospicua documentazione epigrafica proveniente dall’area flegrea, esposta nella sala CLIV, illustra la stagione d’oro della città e del porto di Puteoli in età romana, che va dal II sec. a.C. al I sec. d.C., sebbene la città continuasse ad essere prospera e popolosa fino al IV sec. d.C. I documenti confermano il carattere cosmopolita dell’emporio che si estendeva sulla celebre ripa tra il Rione Terra ed il lago d’Averno, con i vivaci quartieri commerciali, alle spalle del porto, dove si erano stabilite le comunità di mercanti stranieri che continuavano a professare i loro culti nazionali attestati da diverse iscrizioni. Le comunità siriache si stringevano attorno ai culti di Giove Damasceno e di Giove Eliopolitano; i Tiri, di origine fenicia, adoravano il “dio santo”, probabilmente Baal - Melqart, non citato direttamente come indicava la religione fenicia. Puteoli, inoltre, ci ha restituito la più ricca documentazione sulle comunità nabatee emigrate: tra gli esemplari conservati l’ara di culto con dedica al dio nabateo Dusares. Dall’età di Augusto membri di famiglie aristocratiche puteolane dotarono la colonia di edifici pubblici e di monumenti, come attestano, ad esempio, la base dedicata a Lucio Calpurnio Capitolino, che fece ricostruire il tempio principale della colonia, da mercanti che commerciavano ad Alessandria, in Asia ed in Siria. Dal II sec. d.C., pur perdendo la città il ruolo di scalo marittimo di Roma, sostituita dal porto di Traiano alle foci del Tevere, Puteoli continuò la sua vita attiva testimoniata dalle iscrizioni del III, ma soprattutto del IV sec. d.C., che documentano come imperatori ed alti dignitari fossero ancora attenti alle sorti della città ed all’efficienza del porto.
La sala CLV illustra la ricca documentazione epigrafica di Pompei e dell’area vesuviana in età romana. Tra le iscrizioni più antiche è la dedica del questore Vibius Popidius inerente la costruzione di un tratto dei portici del Foro. Testimonianze della fase di rinnovamento urbano di età augustea sono i documenti relativi alla ristrutturazione del teatro ellenistico promossa a spese di due insigni personaggi del tempo, Marco Olconio Rufo e Marco Olconio Celere. Espressioni di devozione sono le numerose dediche ad Augusto ed ai membri della casa imperiale: ad esempio Eumachia, sacerdotessa di Venere consacrò, sul lato orientale del Foro, un edificio alla Concordia Augusta, sulla cui facciata erano due epigrafi, una con l’elogio di Romolo, il mitico fondatore di Roma e l’altra con quello di Enea, il leggendario progenitore della famiglia di Augusto.

Ulteriori informazioni
Dati collezione
Bibliografia:

Museo Archeologico 1994; Museo Archeologico 1999; Collezione epigrafica 2000.

Collocazione: Piano sotterraneo, sale CL-CLV