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 Acamante
dal greco Ακάμας, nella mitologia greca figlio di Teseo e fratello di Demofonte. Dal momento che i Dioscuri, fratelli di Elena, rapita da Teseo e Piritoo, avevano conquistato Atene, fuggì con il fratello a Sciro, per poi prendere parte alla guerra di Troia con l’intento di liberare la nonna Etra.
 Acate
dal greco Αχάτης, nella mitologia greca fedele amico di Enea, che accompagnò in Italia nel suo peregrinare.
 Acheloo
dal greco Αχελώος, nella mitologia greca dio fluviale rappresentato per lo più come un vecchio barbato con corna di toro, in ricordo del mito che lo vuole, sotto aspetto di toro, in lotta con Eracle per la conquista di Deianira.
 Achemenide
relativo alla dinastia persiana degli Achemenidi, così detta dal capostipite Achemene, vissuto nell’VIII secolo a.C.
 Achille
dal greco Αχιλλεύς, nella mitologia greca figlio di Peleo, re dei Mirmidoni, e di Teti, una delle Nereidi. Appreso dalla madre che il suo destino era di morire giovane, avendo raggiunto la gloria, o di vivere una lunga vita insignificante, scelse di divenire un eroe e partì alla volta di Troia ben sapendo che non sarebbe ritornato. Combatté eroicamente finché, per il torto subito da Agamennone, che lo obbligò a cedergli la schiava Briseide, decise di ritirarsi nella sua tenda. Al contempo Teti ottenne da Zeus che la guerra volgesse a favore dei Troiani sino a quando i Greci non avessero reso omaggio al figlio, riparando così all’ingiustizia. Vedendo le sorti achee versare in una situazione di estrema gravità, Patroclo, il migliore amico di Achille, si recò nella sua tenda e si sostituì a lui prendendo in prestito le sue armi, i suoi cavalli ed i suoi uomini, ma fu ferito a morte durante i combattimenti. Solo allora l’eroe, avute nuove armi forgiate per lui da Efesto, riprese il combattimento, facendo strage degli avversari ed uccidendo Ettore. La sua morte non è narrata nell’Iliade, ma è ricordata da tradizioni tarde, a volte notevolmente differenti fra loro, ma accomunate da un particolare: fu per mano di Apollo, o per suo intervento indiretto che Achille compì il suo destino. La promessa, fatta da Teti, di concedere le armi del figlio al più valoroso fra i Greci, innescò la contesa tra Ulisse ed Aiace Telamonio. Nel tumulo, che fu eretto sul Capo Sigeo, furono deposte anche le ceneri dell’amico Patroclo. Achille, nell’oltretomba, divenne uno dei giudici del mondo sotterraneo.
 Aci
dal greco Άκις, nella mitologia greca bellissimo pastorello, figlio di Fauno e della ninfa Simetide, amato dalla nereide Galatea. Il ciclope Polifemo lo uccise per gelosia, schiacciandolo sotto un masso, ma il suo sangue, sgorgato copiosamente dalla roccia, fu da Galatea trasformato nel fiume Aci, che ancora scorre alle falde dell’Etna.
 Ade
dal greco Άιδης, nella mitologia greca dio degli inferi, figlio di Crono e di Rea, marito di Persefone. Identificato con il regno dei morti, i cui fiumi erano l’Acheronte, il Cocito, il Lete, il Flegetonte e lo Stige, dal momento che non si osava pronunciare il suo nome, l’appellativo più frequente era Plutone, “ricchezza”, alludendo alla ricchezza contenuta all’interno della terra e confuso con il dio Pluto, che in origine era una divinità agraria a sé stante. A lui erano sacri il narciso ed il cipresso.
 Afrodisia
città della Caria orientale in Asia Minore, nota anche come Megalopoli, corrispondente all’attuale Gierah in Turchia. Capitale della Caria sotto Diocleziano, tra il I ed il IV secolo d.C., fu sede di una famosa scuola di scultori (v. Scuola di Afrodisia).
 Afrodite
dal greco Άφροδίτη, dea greca della bellezza, dell’amore e della fertilità, identificata a Roma con Venere. Nonostante l’origine non greca il suo culto fu estremamente diffuso nel mondo greco e greco-coloniale; i santuari più famosi erano a Pafo, Amatunte, nell’isola di Cipro, Corinto ed Erice. Secondo Esiodo sarebbe nata da Urano e rappresenterebbe una forza naturale pre-cosmica; in Omero invece è figlia di Zeus e Dione, moglie di Efesto ed amante di Ares. Platone distingue tra una Afrodite Urania, identificandola con l’amore celeste, e una Afrodite Pandemos, personificazione dell’amore terreno. Le sue prerogative erano molteplici, ella, infatti, dal carattere guerriero, non solo aveva strette relazioni con il mare, dal quale era nata (era detta Euploia, appellativo con cui era venerata a Neapolis, ovvero colei che presiede alla buona navigazione), ma veniva anche collegata alla vegetazione.
 Agamennone
il più potente principe della Grecia, secondo Omero, dal momento che governava l’intero Peloponneso, con la sola eccezione di Argo, di cui era sovrano Diomede. Era fratello di Menelao e nipote di Atreo attraverso Plistene ed Eripile, o, secondo altre versioni, figlio dello stesso Atreo e nipote di Pelope. Dopo l’uccisione di Atreo ad opera di Egisto si recò a Sparta, dove sposò Clitemnestra da cui ebbe quattro figli: Ifigenia, Oreste, Elettra (Laodice) e Crisotemi. Riuscì a tornare a Micene e a riprendere il trono di Atreo, anche se le versioni su come lo ottenne sono diverse: lo avrebbe ereditato alla morte dell’usurpatore Tieste, o glielo avrebbe tolto in maniera violenta. Quando i Greci organizzarono la spedizione contro Troia, Agamennone uccise per errore una cerva sacra ad Artemide, che trovò vendetta nell’inviare una pestilenza e la bonaccia che impedì alla flotta, ancorata al porto di Aulide, di salpare. Per placare la collera divina Agamennone acconsentì a sacrificare la figlia Ifigenia, attirandosi l’odio incontenibile di Clitemnestra. Durante il decennale assedio alle mura di Troia fu l’autorità massima dei Greci ed è esaltato nell’Iliade per la magnanimità, la saggezza ed il coraggio. Tornato a Micene fu ucciso da Egisto, che aveva sedotto Clitemnestra o, secondo i tragediografi antichi, da Clitemnestra in persona.
 Agoracrito
(V sec. a.C.) scultore greco originario di Paro. Vicino per sensibilità e stile a Fidia che gli fu maestro, è considerato da alcuni studiosi l’esecutore delle sculture del fregio e del frontone del Partenone che rivelano maggiore animazione nel panneggio e nel portamento. L’opera più famosa che gli antichi, pur con qualche esitazione, gli attribuivano, era la Nemesi di Ramnunte: il frammento di una testa colossale, ora al British Museum di Londra, rivela uno stile affine a quello della maturità di Fidia. Nel Museo Nazionale di Atene restano frammenti dei rilievi raffiguranti Elena condotta a Nemesi, databili intorno al 420 a C.
 Agrippina
Nome di diverse matrone romane. 1. Vipsania Agrippina: figlia di M. Agrippa e moglie di Tiberio, dal quale ebbe Druso. Tiberio fu poi costretto da Augusto a divorziare da lei ed a prendere in moglie Giulia nel 12 a.C. Agrippina sposò poi Asinio Gallo, dal quale ebbe cinque figli. 2. Agrippina Maggiore: (14 a.C. ca. - 33 d.C.) figlia di M. Agrippa e Giulia (figlia di Augusto). Sposò Germanico, a cui diede nove figli, restando con lui fino alla sua morte. Venne arrestata per ordine di Tiberio nel 29 e confinata a Pandateria, dove morì per fame nel 33 d.C. 3. Agrippina Minore: (15-59 d.C.) figlia maggiore di Germanico e Agrippina, sposò Cneo Domizio Enobarbo a cui diede il futuro imperatore Nerone. Nel 39 venne arrestata per cospirazione, nel 49 venne richiamata da Claudio, che la prese in moglie. Con l’aiuto di Pallas, Seneca e Burrus, convinse Claudio ad adottare Nerone come guardiano del suo figlio Britannico. Gli storici antichi sostenevano che avesse avvelenato Claudio per far salire al potere il figlio Nerone. Nel 59, dopo che Pallas, Seneca e Burrus furono caduti in disgrazia agli occhi di Nerone, venne assassinata dal liberto Aniceto su ordine dello stesso Nerone.
 Aiace d’Oileo
dal greco Αίας, nella mitologia greca uno dei più valorosi eroi. Durante la presa di Troia, penetrò nel tempio di Athena, dove si era rifugiata Cassandra e la rapì. L’oltraggioso gesto fu punito in seguito dalla dea che, scatenata una tempesta, fece naufragare la nave di Aiace sull’isola di Mykonos. Salvato da Poseidone, si vantò di potere sfuggire alla morte anche senza l’aiuto delle divinità ed allora, su richiesta di Athena, Poseidone lo fece allora annegare.
 Alcamene
scultore greco (secondo alcuni ateniese, per altri invece lemnio), attivo nella seconda metà del V secolo a.C. Di lui gli autori classici ricordano numerose opere, alcune delle quali erano sull’acropoli di Atene; la più famosa è la cosiddetta Afrodite dei Giardini, alla quale si dice avesse messo mano anche il suo maestro Fidia. Le fonti ci parlano di Alcamene come allievo prediletto di Fidia e, infatti, le opere a lui attribuite mostrano un equilibrio ed una purezza tipici del linguaggio classico attico e lontani dalle forme dei suoi contemporanei Paionos e Kallimachos, che svilupparono con tono virtuosistico le conquiste dell’arte fidiaca.
 Alessandro Farnese
noto con il nome di “Gran Cardinale”, nipote di Alessandro Farnese. Cardinale e successivamente papa con il nome di Paolo III. A lui si deve la maggiore collezione privata di scultura antica, istituita in Roma alla metà del XVI secolo, mediante acquisti di più antiche e ben note collezioni e soprattutto con materiali reperiti in celebri scavi, quali le Terme di Caracalla e di Diocleziano.
 Alessandro I Bala
pretendente al trono di Siria in quanto figlio presunto di Antioco IV Epifane, alla morte di Demetrio I Sotere, nel 150 a.C., divenne re con l’appoggio dei Romani, dell’Egitto e dei regni di Pergamo e Giudea. Con la sua ascesa al potere la disintegrazione dell’impero dei Seleucidi divenne inarrestabile. Fu, a sua volta, vinto e ucciso nel 145 da Demetrio II Nicatore, che rivendicava il trono paterno.
 Alessandro I il Molosso
(362 ca. - 330 a.C.), figlio di Nottolemo I, divenne re dell’Epiro verso il 357 a.C. grazie al sostegno del cognato Filippo II di Macedonia, di cui divenne, in seguito, il genero, avendone sposato la figlia Cleopatra (336). Tra il 333 ed il 332, andò in aiuto dei Tarantini in guerra contro le tribù italiche. Riuscì ad impadronirsi di quasi tutta l’Italia meridionale grazie ad una serie di vittorie riportate sui Messapi, gli Iapigi, una lega lucano-sannitica e, infine, i Bruzi. Abbandonato da Taranto fu sconfitto da Bruzi e Lucani a Pandosia (valle del Crati) dove trovò la morte.
 Alessandro Magno
(Pella 356 - Babilonia 323 a.C.) era figlio di Filippo, re di Macedonia, e di Olimpiade, principessa epirota. Educato da Aristotele ed iniziato dal padre alla vita militare, gli succedette sul trono di Macedonia nel 336 a.C. La grandezza delle imprese militari, compiute nell’arco di pochi anni e la precoce morte, ne hanno fatto un personaggio che si muove tra il mito e la storia. Sbarcato nella Troade nella primavera nel 334 a.C., con un esercito di 30.000 fanti e 5.000 cavalieri, riuscì nel primo anno di guerra a liberare le città greche d’Asia dalla dominazione persiana; dopo la battaglia di Isso, combattuta nel 333 a.C., rifiutate le offerte di pace da parte persiana, conquistò l’Egitto, dove attuò una politica ispirata al recupero della tradizione faraonica. Fondata Alessandria, nella primavera del 331 a.C. riprese l’avanzata verso oriente, sancendo la definitiva sconfitta dei Persiani con l’incendio del palazzo di Persepoli. Proclamato re dell’Asia, continuò l’avanzata, conquistando la Battriana e la Sogdiana, partendo infine, nel 326 a.C., alla conquista dell’India, che, entrata nell’orizzonte mitologico greco con i viaggi di Dioniso ed Eracle, era ora parte del regno ellenizzato che il Macedone aveva fondato. Colto da violente febbri a Babilonia, vi morì nel 323 a.C. La creazione di un unico regno dai confini smisurati e la politica di integrazione culturale non furono certo di facile attuazione: più volte Alessandro dovette fronteggiare rivolte e congiure, anche da parte della componente greco-macedone dell’esercito. Sul piano politico egli prese le mosse da un ideale di ellenizzazione del regno, che sostituì in itinere con un progetto di monarchia universale, di stampo orientale, che avrebbe dovuto riunire, sotto la sua egida, Oriente ed Occidente, pare meditasse, infatti, la conquista di Cartagine. Fondò lungo il percorso numerose colonie, militari e non, contrasse alleanze tramite le nozze sue e dei suoi ufficiali, e represse sempre nel sangue congiure e tentativi di rivolta, giungendo anche all’eliminazione di amici e collaboratori che non gli tacquero la loro opposizione, soluzioni, queste, che non si rivelarono funzionali alla complessa situazione: alla sua morte, infatti, i Diadochi dovettero smembrare il regno, decretando in sostanza il fallimento del grandioso progetto.
 Alfonso d’Aragona
re di Napoli dal 1442 al 1458.
 Amaltea
dal greco Аμάλθεια, nella mitologia greca, identificata in una capra o in una Ninfa, fu la nutrice di Zeus affidatole da Rea per sottrarlo al padre Crono.
 Amazzone
dal greco Αμαζών, nella mitologia greca popolo di donne guerriere originarie del Caucaso, della Tracia o della Libia, discendenti da Ares e Armonia. In Asia Minore, presso il fiume Termodonte, fondarono la città di Temiscira. Fin da bambine venivano istruite alla caccia ed al combattimento. Secondo il mito, durante l’infanzia veniva loro tagliato il seno destro, così da poter manovrare più agevolmente l’arco. Nella loro società non erano ammessi uomini: una volta all’anno si recavano presso un popolo vicino per riprodursi ed i figli nati da queste unioni passeggere venivano rimandati presso i padri se maschi, tenuti se femmine.
 Amazzonomachia
nella mitologia, la lotta fra le Amazzoni ed i Greci.
 Amico
in greco Άμυκος, nella mitologia greca, gigante, figlio di Posidone e re dei Bebrici, in Bitinia. D’indole selvaggia aveva inventato il pugilato con cui uccideva chiunque entrasse nel suo regno. Quando gli Argonauti sbarcarono nel suo paese fu vinto da Polluce, che, invece di ucciderlo, gli fece giurare che in futuro avrebbe rispettato gli stranieri.
 Ammone
identificato dai Greci con Zeus, divinità dell’Egitto, assunse grande importanza durante il Nuovo Regno (1575-1080 a.C.), quando venne assimilato al dio Sole, Ra.
 Ampelo
dal greco Άμπελος, nella mitologia greca figlio di un satiro e di una ninfa, amato da Dioniso e da lui trasformato in costellazione dopo la morte, avvenuta mentre tentava di cogliere i frutti di una vite, che pendeva da un olmo, donatagli dal dio; il suo nome significa “cespo di vite”.
 Anchise
dal greco Άγχίσης, nella mitologia greca padre di Enea. Amato da Afrodite, non avrebbe dovuto confidare a nessuno il segreto per evitare la vendetta di Zeus nei confronti del bambino. Durante un banchetto, però, alterato dal vino, si vantò dei suoi amori e, per questo motivo, fu punito da Zeus che lo rese zoppo o cieco. Durante la presa di Troia, fu portato in salvo dal figlio Enea e lo accompagnò durante le sue peregrinazioni. Morì a Drepano, in Sicilia.
 Andromaca
dal greco Άνδρομαχη, moglie di Ettore e nuora di Priamo, dopo la morte del marito e la caduta di Troia toccò in sorte come bottino di guerra a Neottolemo, figlio di Achille, che la portò in Epiro e la fece madre di tre figli, Molosso, Pielo e Pergamo.
 Andromeda
dal greco Άνδρομέδη, figlia di Cefeo, re d’Etiopia e di Cassiopea. Poiché sua madre sosteneva di essere più bella delle Nereidi, Poseidone, per vendicarle, inviò un terribile mostro marino a devastare il paese di Cefeo. Interrogato dal re, l’oracolo di Ammone predisse che l’Etiopia sarebbe stata graziata se la figlia di Cassiopea, Andromeda, fosse stata sacrificata. La giovane fu così legata ad una roccia in attesa del suo triste destino, ma Perseo, di ritorno dalla sua impresa contro Medusa, la vide e, essendosene innamorato, promise a Cefeo che l’avrebbe salvata se in seguito l’avesse data a lui in sposa. Cefeo acconsentì, e Perseo, dopo aver ucciso il mostro, sposò Andromeda, recandosi con lei dapprima ad Argo, poi a Tirinto.
 Anfione
dal greco Άμφίων, fratello gemello di Zeto, nato da Zeus e Antiope. I due bambini furono abbandonati dalla madre sul monte Citerone, dove vissero con i pastori fino al momento in cui scoprirono le loro origini. Allora marciarono contro Tebe, che conquistarono, scacciando Lico ed uccidendo Dirce. Fortificò la città, con l’aiuto di una lira donata da Apollo il cui suono faceva sì che le pietre da sole si disponessero in filari regolari. In seguito sposò Niobe, dalla quale ebbe numerosi figli, i Niobidi uccisi da Apollo, e morì suicida a causa dell’immane dolore.
 Anfiteatro Campano
il più grande anfiteatro dopo il Colosseo. Fu realizzato su una più antica arena di ridotte dimensioni, databile alla seconda metà del II secolo a.C., tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C. Venne restaurato da Adriano ed Antonino Pio. Organizzato su quattro piani ad arcate, misura 165 m per 135 m ca. per un’altezza di 46 m ca. I primi tre ordini erano formati da 80 arcate in travertino ornate da 240 busti per lo più di divinità, di cui solo una ventina risultano ancora in situ, mentre il quarto presentava un muro continuo senza arcate con pilastri. La cavea era divisa in quattro settori più uno alla sommità ed una serie di scale permettevano agli spettatori di raggiungere rapidamente i propri posti dai quattro ingressi principali e dalle arcate esterne. Sul portico della summa cavea, arricchito da colonne in granito, erano alloggiate statue in marmo. All’interno il piano era costituito da un tavolato in legno rapidamente smontabile, mentre, i sotterranei erano formati da nove corridoi destinati ad ospitare macchinari, gabbie per belve e quanto altro fosse necessario per lo svolgimento dei giochi. Dopo l’arrivo dei Saraceni, fu adibito a fortezza; quasi del tutto distrutto in età normanno-sveva, divenne, almeno fino al XVI secolo, una gigantesca cava per il reperimento di materiali da costruzione.
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