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 Villa dei Papiri
una delle più grandi e sontuose ville romane mai esplorate, fu scavata ad Ercolano, per volere di Carlo III di Borbone, con un articolato sistema di pozzi di discesa ed areazione e cunicoli sotterranei, tra il 1750 ed il 1764. Le indagini furono condotte sotto la guida, dapprima, di un agrimensore spagnolo, D. Rocco Gioacchino Alcubierre e, successivamente, dell’ingegnere svizzero Karl Weber, a cui si deve anche la pianta datata al 20 luglio 1754 con l’indicazione dei rinvenimenti dei reperti scultorei esposta all’ingresso della collezione nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Successivamente gli scavi furono proseguiti da Francesco La Vega che si avalse, come già aveva fatto il Weber della collaborazione di Camillo Paderni, custode del Museo di Portici, e dello scultore e restauratore francese Canart. La villa, di cui negli ultimi anni è ripreso lo scavo, costruita a terrazze su una collinetta a nord-ovest di Ercolano parallelamente alla linea di costa, si estendeva su di un fronte lungo oltre 250 m, secondo un orientamento dell’asse longitudinale in direzione nord-ovest/sud-est. Sono stati riconosciuti quattro nuclei principali pertinenti ad un impianto originario del II secolo a.C., in seguito ampliato nella prima metà del I secolo a.C.: un corpo centrale organizzato secondo i canoni della domus italica, con atrium, tablinum e peristilium quadrato; una serie di ambienti prevalentemente di servizio nel settore orientale; un grande peristilium rettangolare; alcune strutture poste ad ovest del peristilium rettangolare in direzione di un terrazzo che terminava in un belvedere di forma circolare. La villa restituì circa novanta sculture e oltre milleottocento rotoli di papiro, per lo più con testi greci di filosofia epicurea di Filodemo di Gadara, un filosofo del I secolo a.C., oltre ad alcuni in latino, tra cui un anonimo De bello Actiaco sulla guerra tra Marco Antonio e Cleopatra contro Ottaviano. Di proprietà certamente di un membro della nobilitas romana dedito alla filosofia epicurea e raffinato estimatore della cultura ellenistica, forse Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Cesare, console nel 58 a.C. ed amico di Filodemo di Gadara, oppure Appio Claudio Pulcro, console nel 38 a.C., cognato di Lucullo e famoso per le sue inclinazioni ellenizzanti.
 Virtuosismo veristico
corrente dell’arte ellenistica che si caratterizza per una sorta di compiacimento nell’indugiare in particolari fisici resi con cura minuziosa, legata all’introduzione delle figure tradizionalmente escluse dal repertorio artistico: nascono così raffigurazioni di pescatori o di vecchi, recanti nella persona i segni della fatica quotidiana o degli anni, oppure di individui affetti da deformità.
 Visnu
una delle più importanti divinità della religione induista. In origine divinità solare, iniziò ad assumere importanza col formarsi delle sette induiste, assumendo con Siva, i caratteri di una divinità suprema, creatrice e ordinatrice dell’universo contro le forze del male. Solitamente è raffigurato stante con vari attributi, quali un disco, una conchiglia, una mazza o un fiore di loto.
 Vitruvio Pollione
architetto e scrittore latino vissuto nel I secolo a.C., autore del De architectura, trattato in dieci libri scritto tra il 25 ed il 23 a.C., vero e proprio manuale di architettura di età augustea.
 Zenone di Cizio
(Cizio, Cipro 333 - Atene 263 a.C.) filosofo greco. Figlio di un mercante fenicio, avrebbe deciso di trasferirsi ad Atene e di dedicarsi alla filosofia, secondo alcune fonti, dopo aver letto i Memorabili di Socrate di Senofonte, secondo altre, dopo ampie letture filosofiche, fatte utilizzando i libri che il padre gli portava in dono dai suoi viaggi d'affari. Stabilitosi ad Atene intorno al 312, sempre secondo le fonti antiche, avrebbe frequentato le lezioni degli accademici Senocrate e Polemone, del cinico Cratete, e dei megarici Stilpone e Diodoro Crono. Intorno al 300 cominciò a tenere proprie lezioni sotto il Portico dipinto o Pecile e fondò la propria scuola (denominata stoica dal nome del luogo in cui impartiva le lezioni, la Stoà Poikile), di cui fu a capo fino alla morte. La tradizione vuole, che si sia tolto la vita in tarda età, in obbedienza al principio che il saggio deve saper prendere volontariamente congedo dall’esistenza, quando la debolezza senile lo privi dei beni supremi della coerenza e dell'autodominio. Sono a lui attribuibili gli assunti fondamentali dello stoicismo: l’esistenza di un ordine razionale e naturale delle cose e la nozione di bene come accordo dell’individuo con tale ordine. Sulla base di una gnoseologia sensistica e soggettivistica e di una fisica di ispirazione eraclitea, Zenone costruì un'etica, che associava elementi cinici (la rinuncia ed il vivere secondo natura) a motivi tipici dell'atmosfera culturale ellenistica, quali la libertà come dominio delle passioni, il cosmopolitismo ed il culto dell'amicizia. Delle molte opere attribuitegli, tra cui ricordiamo La repubblica, Le passioni, La vita secondo natura, Il discorso, La natura sono rimasti solo scarsi frammenti.
 Zenone di Sidone
(II-I sec. a.C.) filosofo greco. Epicureo, insegnò in Atene fino al 78 a.C. Ebbe fra i discepoli Cicerone e Filodemo di Gadara. Uno scritto di quest'ultimo, conservato nei papiri rinvenuti nella villa di Ercolano, è la fonte principale per la conoscenza del suo pensiero: in esso Zenone appare come un acuto indagatore della problematica gnoseologica ed un brillante polemista.
 Zeto
fratello gemello di Anfione e figlio di Antiope e Zeus, crebbe sul monte Citerone, finchè, scoperte le proprie origini, non marciò su Tebe, conquistandola e vendicando la madre con l’uccisione di Dirce.
 Zeus
dal greco Ζεύς, nella mitologia greca figlio di Crono e Rea, fratello di Ade e Poseidone, il più potente degli dei. Reggeva il cielo e le regioni superiori, che gli toccarono quando gli dei si divisero il dominio dell’universo. Suoi attributi erano il tuono e la saetta, che ricevette in dono dai Ciclopi per averli liberati dalle catene di Saturno. Fu sposo, oltre che fratello, di Hera, dalla quale ebbe Ares, Ebe ed Ilizia. Celebri furono i suoi amori, che spesso suscitarono la gelosia della legittima consorte. Niente sfuggiva al suo controllo: dominava gli dei e gli uomini, la natura e persino il Fato. La sua nascita è narrata in Omero e, poi, da Esiodo: Crono era solito mangiare i propri figli, per evitare che, come gli era stato profetizzato, uno di loro potesse spodestarlo. Rea si rifugiò a Creta, dopo avere dato al marito, al posto del bambino, una pietra, che egli tranquillamente ingurgitò. Così Zeus crebbe, allevato dalla capra Amaltea e, una volta divenuto il signore degli dei, scelse come propria sede la vetta del monte Olimpo. In origine Zeus era probabilmente una divinità legata agli elementi naturali; era venerato, infatti, come dio della pioggia, delle tempeste e dell’avvicendarsi delle stagioni, e talora anche come dio del tempo atmosferico. Il suo culto era diffuso dovunque in Grecia, in Asia Minore e nelle colonie di Magna Grecia e Sicilia. Non esisteva invece nella religione romana tradizionale una figura analoga a Zeus; il suo culto penetrò a Roma grazie agli Etruschi, ereditando tutte le caratteristiche che lo connotavano in età classica. Qui assunse il nome di Giove, ed il suo tempio fu eretto in Campidoglio, dove era venerato come Giove capitolino.
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