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 Berenice
nome di varie regine e principesse egiziane del periodo tolemaico.
 Bes
divinità egizia della gioia, della musica e di tutto ciò che allieta la vita, fu molto venerato anche per le sue virtù apotropaiche. Raffigurato solitamente come un nano che tira fuori la lingua, in età tarda assunse, talor,a sembianze di guerriero o di divinità bicefala.
 Bione di Boristene
(III sec. a.C.) filosofo greco. Studiò ad Atene con Teofrasto e Senocrate, ma subì l’influenza del cinico Cratete. Schiavo affrancato dal padrone che gli lasciò la sua fortuna, fu accolto alla corte di Antigono Gonata e morì, pare, a Calcide nell’Eubea. Fu autore delle Diatribe, di cui ci restano frammenti; in esse, con stile eclettico, criticava le convenzioni e le credenze religiose, predicando che la felicità si ottiene adattandosi alle circostanze. I suoi scritti influenzarono la satira romana; in particolare, si sarebbero ispirati a lui Luciano ed Orazio.
 Bisanzio
attuale Istanbul, capitale della Turchia, in antico città greca sulla sponda europea del Bosforo, chiamata, dall’11 maggio del 330 d.C., Costantinopoli.
 Bitinia
regione dell’Asia Minore, attualmente compresa nella Turchia asiatica.
 Briasside
(seconda metà del IV sec. a.C.) scultore greco. Nato, probabilmente, ad Atene, ai primi anni della sua attività risale la base dei Filarchi trovata ad Atene presso il Theseion, la quale porta la sua firma. Lavorò, intorno al 351, al mausoleo di Alicarnasso, dove sarebbe stato autore delle decorazioni del lato nord e della statua del re Mausolo (Londra, British Museum). La tradizione celebra Briasside come autore di numerose divinità di grandi dimensioni tra cui la colossale statua di Serapide realizzata per il tempio eretto in Alessandria da Tolomeo I Sotere; dell’opera, distrutta dai cristiani del IV d.C., si conservano repliche in busti e statue di età romana.
 Briseide
in realtà Ippodamia, chiamata Briseide dal nome del padre, Brise, sacerdote di Lirnesso, città presa e saccheggiata da Achille. Moglie di Minete, ucciso da Achille, fu resa schiava da questi, che in seguito la considerò la sua favorita. Quando Agamennone fu costretto a consegnare la sua schiava Criseide al padre, pretendendo in cambio da Achille la consegna dell’amata Briseide, Achille decise di ritirarsi dalla guerra fino a quando la morte di Patroclo non lo indusse a far ritorno in campo, ottenendo da Agamennone la restituzione della fanciulla.
 Bucefalo
nome di un cavallo indomabile che, secondo un oracolo, sarebbe stato domato solo da chi avrebbe meritato la corona macedone. Alessandro, giovanissimo, vi riuscì e fece di Bucefalo il suo destriero favorito. Morì dopo la battaglia dell’Idaspe del 326 a.C. e, in sua memoria, Alessandro fondò in quel luogo una città che prese il nome di Alessandria Bucefala.
 Cadmo
dal greco Κάδμος,figlio di Agenore, re dei Fenici, e di Telefassa, fratello di Cilice, Fenice ed Europa. In seguito al rapimento di Europa, Agenore inviò i suoi figli alla ricerca della giovane. Dopo aver consultato l’oracolo di Delfi, Cadmo smise di cercare la sorella per andare a fondare una città. Per decidere il luogo, avrebbe dovuto seguire una vacca fino a che questa non si fosse accasciata a terra. Mentre attraversava la Focide, vide allora una vacca con un disco bianco su entrambi i fianchi. Decise di seguirla finché l’animale, sfinito, non si fermò nel luogo in cui sarebbe sorta la città di Tebe. Tuttavia i suoi compagni, recatisi alla ricerca di una fonte d’acqua, vennero sterminati da un drago, figlio di Ares, a guardia della fonte. Cadmo, su consiglio di Athena, lo uccise e ne seminò i denti. Miracolosamente dalla terra fuoriuscirono uomini armati, chiamati Sparti, contro cui Cadmo lanciò una serie di pietre. Gli Sparti, non sapendo chi li colpisse, si accusarono a vicenda, uccidendosi l’uno con l’altro. In seguito Cadmo dovette però espiare la sua colpa, servendo Ares per otto anni, e solo poi divenne re di Tebe e sposò, per volere di Zeus, la dea Armonia. Trasferitisi in Illiria, Cadmo ed Armonia, furono poi trasformati in serpenti e portati nei Campi Elisi.
 Calamide
scultore greco attivo tra il 480 ed il 450 a.C. ca. Fu uno dei maggiori esponenti dello stile severo, autore dell’Apollo Alexikakos e forse dello Zeus o Poseidone di Capo Artemisio, oltre che della Afrodite Sosandra.
 Calazia
salvatasi dall’edificazione moderna per la diversa dislocazione della Maddaloni medievale, nei secoli dopo la distruzione saracena dell’862, l’area dell’antica città si incontra oggi percorrendo la statale Appia nel tratto San Nicola La Strada-Maddaloni. Del nome antico si conserva solo una forma corrotta nel toponimo San Giacomo alle Gallazze, relativo ad una chiesa ora distrutta, e nella denominazione “Villa Galazia” di una fattoria seicentesca che sorge all’ingresso orientale della città. In ogni caso, l’individuazione del sito fu confermata dal rinvenimento di un miliario con il numerale VI, murato nella chiesa di San Giacomo alle Gallazze, che riscontrava la distanza indicata nella Tabula Peutingeriana. La storia e le vicende della città di Calatia si legano indissolubilmente a quelle della Piana Campana e di Capua. Calatia sorge, infatti, al margine orientale dell’Ager Campanus, area compresa tra la costa di Volturnum, Liternum e Cuma, i Monti Tifatini ed il sistema vulcanico flegreo, e solcata dai corsi d’acqua del Volturno e del Clanis. Menzionata più volte in fonti classiche (Strabone, Silio Italico, Livio), la città è ubicata lungo la via Appia, tra Caudium e Capua, in un luogo strategico per il controllo e lo sfruttamento economico del territorio, passaggio obbligato tra gli insediamenti costieri pianeggianti e quelli posti nell’interno. Una prima occupazione dell’area si avverte già nell’età del Bronzo. Si può, tuttavia, parlare di unità culturale e di centro abitato solo a partire dall’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C., con una società retta da piccole aristocrazie. Alcuni indizi lasciano ipotizzare per un periodo immediatamente successivo (fine dell’VIII – inizio del VII secolo a.C.) la presenza di una cinta fortificata, che conferisce all’abitato una forma circolare, e che verrà mantenuta nel tempo. Il nome Calatia appare solo con le guerre sannitiche, quando la città è occupata dai Campani e gravita nell’ambito culturale di Capua, al centro di una rete di minuscoli insediamenti che utilizzano le risorse agrarie presenti. Il vecchio abitato viene sostituito da un tessuto urbanistico regolare, con strade che si incrociano ad angolo retto (fine del IV secolo a.C.), mentre poche sono le tracce di edifici monumentali. Dopo le alterne vicende del bellum Annibalicum, la romanizzazione, con segni tangibili nel sistema viario e nel reticolo della centuriazione (divisione agraria del territorio), modifica l’immagine di Calatia attraverso una profonda ristrutturazione (II - I secolo a.C.), che distrugge le testimonianze più antiche. La consolidata identità culturale conferisce alla città un forte sviluppo economico, che perdura nel corso dell’età imperiale (I - II secolo d.C.) fino al progressivo rallentamento, con ultime tracce di presenza datate tra il IV ed il V secolo d.C. Per Calatia sono state individuate due aree di necropoli a ridosso dell’area urbana: l’una a sud dell’Appia e ad ovest del centro urbano (necropoli sud-ovest, sud-occidentale), l’altra a nord dell’Appia, lungo il lato est della città (necropoli nord-est, nord-orientale), negli attuali comuni di S. Marco Evangelista e di Maddaloni in provincia di Caserta. Le prime attestazioni sono della seconda metà dell’Ottocento, e riguardano sepolture a cassa di tufo, databili al IV ed al III secolo a.C., rinvenute nell’area nord-ovest, nella proprietà dell’avvocato Delli Paoli, ed una necropoli nella zona sud-ovest, accertata nel 1881 quando, nel corso di lavori agricoli condotti nel fondo “ Le Gallazze”, cominciarono ad emergere numerose sepolture. Si trattava di tombe a fossa semplice, a cassa di tufo, a tegulae, ad enchytrismos e ad incinerazione entro olle, che ricoprivano un arco cronologico che andava dall’VIII secolo a.C. all’età romana. Si esplorarono, poi, una serie di pozzi, all’epoca considerati funerari, e la necropoli che veniva alla luce fu per la prima volta attribuita a Calatia da Antonio Sogliano. Rinvenimenti simili continuarono per tutta la prima metà del Novecento (1912, 1924 e 1938) a nord dell’Appia, mentre durante gli anni Settanta Johannowsky riuscì a recuperare circa centodieci sepolture, per lo più di età Orientalizzante (tra la fine dell’VIII ed il VII secolo a.C.), come azione di recupero durante lo sbancamento di una cava, nell’area sud-ovest della città. Ulteriori lavori vennero effettuati tra il 1965 ed il 1971 a sud dell’Appia ed in località Torrioni, mentre, un’intensa campagna di scavo, sempre nell’area della necropoli sud-ovest, resa necessaria, anche per la crescente attività clandestina che si era andata sviluppando, vide il suo inizio a partire dal 1978, sotto la direzione della dott.ssa C. Albore Livadie. Condotti ininterrottamente fino al 1988 (tranne una pausa tra il 1984 ed il 1987), gli scavi portarono al ritrovamento di duecentonovanta tombe, in gran parte dell’Orientalizzante antico e recente e, in minore parte arcaiche fino al V secolo a.C. I lavori condotti per la realizzazione delle varianti alle strade statali n. 265 e n. 7 permisero poi, tra il 1980 ed il1982, l’esplorazione della necropoli nord-est, sotto la direzione della stessa Livadie e delle dott.sse G. Tocco e C. Bencivenga, con il ritrovamento di ben quattrocentoquarantanove tombe. Ulteriori interventi nella necropoli sud-ovest furono, infine, realizzati nel 1993 (ventiquattro tombe databili dall’Orientalizzante antico al IV secolo a.C.), mentre in quella nord-est s’intervenne tra il 1996 ed il 2002 (circa cinquanta sepolture in una fascia cronologica che va dalla fine dell’VIII secolo a.C. all’età romana). Il dato più sorprendente che si evince è quello dell’utilizzo di uno spazio costante per le sepolture dall’VIII secolo a.C. fino ad età imperiale inoltrata, che ha determinato una fitta maglia di tombe ed una loro sovrapposizione. Ciò significa che l’area urbana doveva già essere ben definita prima della sua “monumentalizzazione”. I due nuclei di necropoli sono probabilmente distinti solo in apparenza, considerati i condizionamenti delle indagini. Si può tuttavia ammettere che l’area sepolcrale sud-ovest è quella di utilizzo più antico: è questa infatti che ci ha restituito la maggior concentrazione di sepolture dell’Orientalizzante Antico, tra cui spicca, per la ricchezza e l’esemplarità dei reperti e per la perfetta documentazione e conservazione, la tomba femminile n. 201. Per l’Orientalizzante Recente (625 - 600 a.C) le tombe sono davvero poche, concentrate nella zona nord dell’area. Il periodo tra il V ed il III secolo a.C. è documentato da tombe disposte per gruppi familiari nella zona sud della necropoli, spesso sovrapposte a tombe più antiche, mentre poche sono le attestazioni per l’età repubblicana ed imperiale. La necropoli nord-est nasce invece nel VII secolo a.C. in maniera pianificata, per successive fasce di occupazione. Le sepolture iniziano a nord dell’attuale via Campolongo e si dispongono per file regolari, fino alla fitta trama di sepolture tra loro tangenti dell’Orientalizzante Recente. L’occupazione dello spazio procede verso sud-est, con le compromesse sepolture del V secolo a.C. e quelle più documentate del IV - III secolo a.C. Lo spazio viene addirittura delimitato dalla costruzione di un muro a blocchi di tufo. Solo l’età imperiale segna la saturazione dello spazio disponibile, con la disposizione disordinata delle tombe ed il riutilizzo di quelle più antiche.
 Calazia, Tomba n. 201
la sepoltura è stata rinvenuta durante la campagna di scavo condotta dalla dott.ssa Livadie nella proprietà appartenente al sig. A. Ferrara dal dicembre 1980 al maggio 1981 e dal marzo 1982 all’agosto 1982. Si tratta di una tomba femminile, dove la qualità e la quantità degli elementi di corredo lascia intendere l’appartenenza della defunta ad uno status sociale elevato. La sepoltura a fossa semplice rettangolare, scavata nello strato di humus ed orientata in direzione nord-est/sud-ovest, misurava sui lati lunghi m 5,40, mentre sui lati brevi a nord m 2,40, a sud m 2. Era poi riempita da massi di notevoli dimensioni e da pietre calcare prelevate dalla falde di Monte Sant’Angelo. Lo strato superiore era esteso al di là dei margini della fossa con alcuni massi posti, secondo una consuetudine funeraria tipicamente calatina, all’estremità nord-est, in corrispondenza della testa del morto. Una pietra di maggiori dimensioni, particolarmente emergente, sembrava addirittura fungere quasi da σήμα, una sorta di segnacolo. Il cadavere era disteso supino con la testa a nord-est su un letto funebre di legno spesso circa 2 cm, privo di chiodi metallici, e decorato, apparentemente, da una serie di scanalature profonde, appoggiato su massi che lo sollevavano dal terreno. Il corredo era disposto in buona parte alla testa ed ai piedi della defunta: ad eccezione dei tre grandi recipienti in impasto e di un paio di contenitori in bronzo, tutti gli oggetti erano stati poggiati sullo stesso letto funebre. Dietro al cranio era concentrato quasi tutto il corredo, in particolare i vasi di grandi dimensioni, come uno ziro d’impasto rosso (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 218919, non esposto), un’olla a quattro manici d’impasto bruno (inv. 218920,), un’olla con prese a linguetta d’impasto rossiccio (inv. 218921) ed, esattamente dietro la testa della defunta, un’olla con costolature orizzontali d’impasto bruno (inv. 218922), coperta da uno scodellone biansato d’impasto nero (inv. 218941). A fianco vi era un primo gruppo di vasi di bronzo, tra cui un calderone che ricopriva un holmos biconico villanoviano in bronzo (inv. 218961) quasi completamente schiacciato dalla pressione, seguito poi, sulla destra del corpo, da un insieme abbastanza numeroso di vasi di dimensioni più piccole, sia d’impasto che di argilla figulina, nonché da altri recipienti in bronzo, mentre tra gli spazi sono stati rinvenuti alcuni resti di ossa animali appartenenti ad un maiale e ad una pecora, senza dubbio residui del rituale pranzo funerario. Tra i contenitori in impasto, due capeduncole con ansa a lira bifinestrata, che dovevano contenere un particolare alimento (sale ?) consumato insieme alla carne (inv. 218929, inv. 218942) e cinque anforette, del tipo con due o più nervature sulla spalla o con motivo a semicerchio sulla spalla e sotto le anse (invv. 218930, 218934, 218935, 218944 e 218948), una delle quali all’interno di uno skyphos tardo-geometrico di fabbrica pithecusana con motivo a zig-zag (inv. 218926). Tra questo gruppetto e l’olla con costolature orizzontali vi era una kotyle in bronzo con splendide anse terminanti in forma di mano (inv. 218955) poggiata dentro uno skyphos “tipo Thapsos“ di fabbrica pithecusana con pannello a chevrons (inv. 218928). Il lato sinistro del corpo della defunta recava, nella parte alta due grandi calderoni in bronzo (invv. 218958 e 218959). In quello peggio conservato, con labbro ripiegato all’esterno, era stata poggiata una patera baccellata in bronzo (inv. 218956), un coltello a fiamma con lama ad un solo taglio e codolo allungato a sezione rettangolare (inv. 218957) ed un bacile con orlo perlinato in bronzo (inv. 218960), accanto a cui si trovava la kotyle protocorinzia tipo wirebirds (inv. 218925). Accanto ed a seguito del gruppo dei bronzi, erano alloggiati altri recipienti in impasto, questa volta scodelloni biansati e quadriansati (invv. 218931, 218932, 218941, 218946), uno skyphos con decorazione a zig-zag (inv. 218945), un altro anforisco (inv. 218936) ed una hydria (inv. 218923) con coperchio (inv. 216939). Ai piedi della deposizione erano tre vasi, probabilmente poggiati anch’essi sul letto funebre, ovvero una kotyle (inv. 218927) ed una oinochoe tardo-geometriche di fabbrica pithecusana (inv. 218924), ed un’olletta in impasto con quattro prese a linguetta (inv. 218947), oltre ad un rocchetto in impasto (inv. 218943). Tra gli altri contenitori esposti nel museo ricordiamo una coppa quadriansata su alto piede di impasto, una tazza biansata di impasto ed una ciotola di impasto, oltre a una lekane con decorazione a fasce di fabbrica pithecusana. Vicino alla parete sud della fossa giaceva una grossa massa resinosa, conservata in un recipiente di materiale deperibile, la cui forma emisferica è stata conservata dalla sostanza scura rinvenuta. Si trattava probabilmente di incenso o mirra, dal momento che alcuni frammenti prelevati e bruciati emanavano un odore gradevole. L’esame dello scheletro della defunta, di cui si sono potuti recuperare solo i denti, parte del bacino e del cranio, poiché è stato del tutto schiacciato dal peso del riempimento, ci riporta, per la dentatura, ad una donna di giovane età, di cui è stato possibile ricostruire il ricco costume funerario dal momento che il corpo venne prelevato in blocco con un adeguato strappo, il che permise un accurato scavo in laboratorio. Sul lato posteriore del capo si rinvennero anelli circolari a sezione rotonda in bronzo (invv. 218965-218968), che dovevano formare la decorazione di un copricapo, forse di feltro, da cui pendeva un velo a trama assai larga (non conservato) di cui rimane traccia su un pendaglio a bolla in lamina d’oro (inv. 218974), trattenuto da due grosse fibule ad arco rivestito da un vago in ambra di forma allungata con striature longitudinali (inv. 218992). Due serratrecce a spirale in elettro (invv. 218969-218970), così come altre in bronzo (inv. 218962) serravano le ciocche dei capelli ai lati del volto, a somiglianza delle ήλικες (“fanciulle di pari età”) omeriche. Una collana di vaghi sferici in ambra e di vaghi in lamina d’argento (non esposte) si era spezzata sul petto, e recava nella parte centrale il pendaglio in oro già citato e non esposto e, forse, alcuni scarabei in pasta blu trovati vicino ad esso. Le collane poste sul petto dovevano, comunque, essere numerose, vista la presenza consistente di vaghi sferici e di vaghi striati in ambra, di vaghi sferici o a T in pasta vitrea bianca, di pendagli con scaraboidi, di pendagli in ambra a goccia o rettangolari, nonché di pendagli in lamina d’argento a forma di falce. Inoltre, la presenza di numerose fibule in bronzo con arco rivestito da un vago d’ambra di forma allungata e nervature longitudinali e di cinque fibule a navicella aperte all’altezza del busto lasciano pensare alla loro funzione di chiusura dei vari capi di vestiario indossati dalla donna. Da queste fibule pendevano poi gruppi di vaghi sferici di ambra e scarabei in pasta blu. Questo particolare, ripetuto con costanza nelle tombe di bambini e donne della necropoli di Calatia, attesta il radicamento dei simbolismi apotropaici orientali (egizi e fenici) in area campana nel corso dell’VIII secolo a.C. Altre due fibule con arco rivestito in ambra erano localizzate sulla spalla, mentre all’altezza della vita erano alcune fibule a navicella in argento, di notevoli dimensioni, che recavano appesi ancora una volta vaghi in ambra e scarabei in pasta blu. Il vestito indossato dalla donna era, nella parte inferiore, interamente ricoperto da vaghi sferici, troncoconici e ovaliformi in ambra cuciti assieme a conferma della fastosità e della ricchezza di tutto l’insieme. Il corpo della donna era stato avvolto in un sudario, che doveva essere chiuso sul lato sinistro da cinque fibule in bronzo ad arco serpeggiante con globuli laterali, e da altre due fibule rinvenute sotto il corpo. La fibula ad arco serpeggiante caratterizza solitamente le sepolture maschili e, dunque, la loro presenza in questo contesto potrebbe indicare un gesto di congedo da parte del padre o dello sposo al momento di avvolgere il corpo nel sudario. Ultimo elemento, nella nostra tomba, sono tre obeloi in ferro (inv. s.n., 218963, 218964) con una estremità appiattita ed avvolta a ricciolo, posti al fianco sinistro della defunta, che rimandano, come i lebeti in bronzo ed il coltello a fiamma già citati, alla sfera del sacrificio e del banchetto. La tomba n. 201 appare certo eccezionale con la sua estrema concentrazione di ricchezza, non costituisce tuttavia un caso unico nella necropoli di Calatia, dove ritroviamo altre sepolture femminili di defunte appartenenti ad un ceto sociale eminente (ad es. tombe n. 133 e n. 135), ma anche sepolture maschili particolarmente lussuose, dove la posizione economica viene ostentata attraverso l’abbondanza del corredo ceramico, dai vasi in bronzo e talvolta dalla presenza di armi. Il costume della “principessa” presenta forti analogie con quello della tomba n. 66 di Bisaccia nell’alto Ofanto in Irpinia, dal quale si distingue sostanzialmente per la varietà ed il pregio degli ornamenti. Uguale il contemporaneo utilizzo di fibule tipiche del costume femminile e di alcuni esemplari in bronzo ad arco serpeggiante caratteristiche di sepolture maschili; evidenti le similitudini nella scelta degli agalmata e degli strumenti in metallo, così come nella deposizione di una patera baccellata, di tre bacini in bronzo, di cui uno ad orlo perlinato e di un gruppo di tre obeloi in ferro. La ceramica d’impasto della tomba 201 è caratteristica dell’inizio dell’Orientalizzante antico: ritroviamo le forme tipiche del periodo IIIA di Capua (725-670 a.C), come le capeduncole in miniatura di fattura non molto regolare, le kotylai e le kylikes con incisioni a rotella, gli scodelloni biansati o i quadriansati su alto piede a tromba, gli anforischi con nervature sulla spalla, le ollette a linguette e le olle globulari a costolature parallele che sostituiscono quelle elicoidali. Gli anforischi decorati con motivi a semicerchio o con anse a solchi paralleli, l’hydria con ansa a piattello o lo ziro discendono invece da fogge più antiche diffuse durante le fasi precedenti (ad es. la tomba n. 111 Fornaci di Capua). La presenza dell’holmos villanoviano con pendaglio, assai simile a quello della tomba n. 94 dell’Esquilino e della tomba n. 4461 di Pontecagnano e di alcuni tra i recipienti in bronzo (soprattutto il calderone con orlo ripiegato all’esterno che trova un confronto con un esemplare di Bisenzio) è chiaro indizio dei rapporti con l’Etruria meridionale. L’abbondanza di oggetti di tipo orientale importati o di imitazione pithecusana, come gli scarabei ed i vaghi in pasta vitrea, associati alla ceramica pithecusana o corinzia documenta, invece, i collegamenti con l’ambiente greco costiero, e l’utilizzo, già sottolineato, di manufatti di tipo egizio-fenicio in funzione apotropaica, indica un influsso culturale ben radicato. Eccetto la kotyle con fila di uccelli monopodi eseguiti con pennello multiplo (“tall-kotyle” “tipo wirebirds“), originale del Protocorinzio antico (725-700 a.C.), tutti i vasi in argilla figulina (l’oinochoe con elementi a sigma ed a segmenti tra linee orizzontali su collo e spalla, la kotyle emisferica con doppia linea a tremolo e lo skyphos con motivo a zig-zag continuo in spazio metopale) sono di fabbrica pithecusana e per forme e decorazione derivano dal repertorio del tardo-geometrico corinzio (750-725 a.C.), così come lo skyphos “tipo Thapsos“ datato al 740-715 a.C. Sono tutti tipi, dunque, cronologicamente un po’più antichi della kotyle “tipo wirebirds”. Non sembra verosimile pensare che in un centro di attività commerciale come Pithekousa le fabbriche locali potessero attardarsi continuando a produrre imitazioni di forme e decorazioni ormai non più in uso nella madre patria. Non solo, anche alcuni vasi di impasto e, soprattutto, l’holmos villanoviano in bronzo, che appartiene a produzioni tarquiniesi del 760-700 a.C. non sono certamente contemporanei alla sepoltura. A tale riguardo è necessario chiarire che si è spesso indotti a presumere che gli oggetti di un corredo funerario debbano essere tutti coevi al momento della deposizione. In realtà, ciò vale soltanto per quei determinati oggetti voluti espressamente per la cerimonia funebre, come gli aryballoi o gli alabastra destinati a contenere olii profumati, e non necessariamente per i vasi legati al pranzo. è dunque facilmente spiegabile la presenza di reperti di venti-venticinque anni più antichi se li si inquadra come elementi del corredo familiare e non come oggetti acquistati espressamente per la cerimonia funebre. La datazione della sepoltura viene pertanto fissata nel corso dell’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C. dalla kotyle protocorinzia. La presenza di questi vasi greci insieme ai recipienti di impasto evidenzia la completa integrazione, nel nucleo di ceramiche tradizionali, degli oggetti di importazione, e lo stesso si può dire per tutti quegli oggetti di produzione non locale, pienamente inseriti tra gli αγάλματα, gli ornamenti, della inumata. L’elemento più interessante è sicuramente l’assimilazione degli elementi ideologici estranei al mondo indigeno tradizionale (l’utilizzo degli amuleti tra gli κτήματα, le ricchezze, i beni della donna, gli oggetti legati alla sfera sacrificale o del banchetto), di chiara origine greca e di matrice aristocratica, assimilazione che avviene però solo parzialmente. Ad esempio, in area egea gli spiedi (spesso accompagnati da alari) sono solo in tombe maschili caratterizzate come tombe di guerrieri e non, come nel nostro caso, in tombe femminili. Quanto ai lebeti o calderoni, l’aristocrazia euboica li utilizzava, a modello degli “eroi” omerici, come cinerari e non come oggetti funzionali di prestigio come accade nella tomba 201. Il rocchetto di impasto, posto da solo vicino ad un’offerta di essenze profumate e non accompagnato da fusaiole, è anch’esso un puro simbolo del valore tradizionale della tessitrice, e non ha qui altra funzione. Concludendo, la tomba appartiene ad un gruppo familiare particolarmente eminente, dove l’individuo ha raggiunto un livello significativo di ricchezza personale. I beni di prestigio presenti nella sepoltura, frutto di scambi e doni, rivelano il ruolo che alcune famiglie di potenti ebbero forse come mediatori con i capi della Campania interna, o come “alleati “ degli άριστοι euboici al momento o poco dopo la fondazione di Cuma, quando con un gruppo di coloni vennero ad inserirsi nella complessa compagine campana. La rapida accettazione “ideologica” evidenzia l’accoglienza favorevole da parte di Calatia, così come da parte di Capua e di Suessula, dei vicini stanziamenti euboici per questa prima fase dell’Orientalizzante, e la notevole influenza esercitata dalla loro matrice culturale sulle popolazioni locali.
 Calcante
dal greco Κάλχας, il più saggio fra gli indovini greci, fu scelto per seguire la spedizione achea contro Troia, dove veniva costantemente interpellato prima di intraprendere qualunque impresa. Secondo l’oracolo egli sarebbe morto non appena avesse incontrato un indovino più potente di lui, cosa che puntualmente avvenne nei pressi di Colofone, a Claro, dove incontrò Mopso. Secondo un’altra tradizione gli sarebbe stato predetto che non avrebbe potuto bere il vino di una vite da lui stesso piantata, mentre già stava portando alle labbra la bevanda: a tali parole sarebbe scoppiato a ridere, provocandosi un soffocamento che lo uccise.
 Calcedonia
città della Bitinia posta di fronte a Bisanzio.
 Calidone
città greca nei pressi dell’imbocco del golfo di Corinto, famosa per il mito del cinghiale calidonio.
 Campi Elisi
per i Greci, il luogo ameno e sereno dimora dei morti. Collocato sotto terra, in esso i beati, con le loro spoglie mortali, potevano occuparsi delle attività a loro più gradite.
 Canopo
porto egizio sulla foce di un ramo del Nilo, ad est di Alessandria, così chiamato dal nome del pilota di Menelao, re di Micene e di Sparta, fratello di Agamennone, capo della spedizione greca a Troia, che qui sarebbe stato sepolto.
 Capitolio di Cuma
orientato in senso est-ovest, di tipo italico, con alto podio in opera quadrata, cella a tre navate e grande pronao, misura 57 m di lunghezza per 29 circa di larghezza. Costruito a partire dal IV - III secolo a.C., in età romana fu consacrato alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva).
 Cariatide
donna di Caria, regione dell’Asia Minore.
Architettura, sostegno a forma di donna per architravi, mensole o altri elementi architettonici.
 Carlo Albacini
Scultore romano attivo nella seconda metà del XVIII secolo a Roma, dove nel 1783 viene nominato Accademico di merito dell’Accademia di San Luca. Opera come restauratore nel solco del rinnovamento della professione praticata da Bartolomeo Cavaceppi. Come scultore realizzò opere su commissione di Caterina II, zarina di Russia, mentre come restauratore eseguì numerosi lavori alla collezione Farnese tra il 1786 e il 1800.
 Carlo di Borbone
re di Napoli dal 1734 al 1759, quando divenne re di Spagna.
 Casa dei Dioscuri
Pompei, VI 9, 6-7. Si tratta di una delle case più ricche venute alla luce tra il 1828 e il 1829 negli scavi archeologici di Pompei. È nota sia per la ricchezza delle pitture di IV stile che per l’ampio sviluppo planimetrico con una superficie che copre circa un terzo dell’insula. Inoltre è tra le pochissime abitazioni pompeiane ad avere un atrio corinzio, nel caso specifico con il tetto sostenuto da 12 colonne in tufo. Sembra derivare dalla fusione di tre nuclei abitativi precedenti, dei quali quello centrale fu trasformato in peristilio. Le decorazioni parietali sono opera della stessa bottega che lavorò nella Casa dei Vettii; la pittura più significativa, attualmente conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è quella che ornava l’ingresso, raffigurante Castore e Polluce. Il peristilio ed alcune stanze conservano, ancora, affreschi di qualità come quelli che rappresentano Apollo e Dafne, la nascita di Adone, Minosse e Scilla, Perseo e Andromeda e Bacco fanciullo.
 Casa dei Vettii
Pompei, VI 15, 1.27. È una delle più lussuose abitazioni venute alla luce negli scavi archeologici di Pompei, rinomata soprattutto per i dipinti in IV stile che ne ornano le pareti, fortunatamente ben conservati. Due sigilli in bronzo, rinvenuti nell’atrio, hanno permesso di attribuire la proprietà a due ricchi fratelli appartenenti al ceto dei liberti, Aulus Vettius Restitutus ed Aulus Vettius Conviva. La casa appare divisa in due zone: l’abitazione signorile, sviluppata intorno all’atrio tuscanico ed al peristilio; l’area di servizio articolata presso un atrio secondario. L’impianto originario, di epoca sannitica, oggetto di una prima importante ristrutturazione, intorno alla metà del I d.C., probabilmente quando la proprietà fu acquistata dai Vettii , fu ampiamente restaurato dopo il terremoto del 62. All’entrata vi è la raffigurazione di un Priapo itifallico, il cui fallo gigante serve a scacciare il malocchio. Dal lato destro dell’atrio, che conserva i resti di due casseforti con rivestimento in ferro e rifiniture in bronzo, si accede al quartiere servile dove è un larario a nicchia, in cui è raffigurato il Genio tutelare della famiglia mentre liba tra due lari danzanti. Dall’atrio secondario si accede alla cucina, che conserva ancora il focolare composto da un bancone in muratura. Il peristilio circoscrive un giardino adorno di fontane in marmo ed in bronzo nelle quali fluiva acqua da dodici piccole statue. In uno degli ambienti che si affacciano sul peristilio sono affrescati quadri riproducenti diversi episodi del ciclo tebano. Mentre, in un altro vano simmetrico al precedente troviamo dipinti il mito di Issione e Dedalo che esibisce a Pasifae la vacca di legno. Nel lato nord del peristilio è il grande triclinio dov’è presente il noto fregio pittorico rappresentante amorini che esercitano vari mestieri.
 Casa del Citarista
Pompei, I 4, 5.25. La casa ebbe origine dalla fusione, avvenuta nel I sec. a.C., di due abitazioni, per cui ha due atri e tre peristili su livelli differenti, con una superficie totale di 2700 mq. La parte più antica è quella inferiore, che si affaccia su via Stabiana. L’abitazione fu denominata “del Citarista” in seguito al rinvenimento di una statua bronzea di Apollo citaredo, oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, insieme a sette grandi affreschi a soggetto mitologico, staccati dalle pareti. I proprietari erano esponenti del ramo di origine servile di una delle più antiche famiglie di Pompei, quella dei Popidii. Nell’ala sinistra dell’atrio vennero trovati due ritratti in bronzo del padrone di casa e della moglie; un altro ritratto femminile, in marmo, ornava uno dei peristili. Infine, due busti maschili marmorei, rinvenuti al piano superiore, raffigurano probabilmente Marcello, patrono della colonia, ed un altro personaggio legato alla casa imperiale. I ritratti dovevano evidenziare il lealismo dei Popidii ed il loro legame con la corte. Il peristilio centrale presenta una vasca di marmo sul cui orlo erano alcuni animali in bronzo (Napoli, Museo Archeologico Nazionale), tra cui un cinghiale addentato da due cani da caccia, da cui fuoriuscivano getti d’acqua.
 Casa del Menandro
una delle più grandi a Pompei, occupando una superficie di 1800 mq., apparteneva probabilmente alla famiglia dei Poppaei, imparentati con Poppea, moglie di Nerone. Fu costruita verso la fine del III secolo a.C., ma subì modifiche e rimaneggiamenti nel corso del II e del I secolo a.C., pur mantenendo la struttura di una casa ad atrio. Al momento dell’eruzione (79 d.C.) vi erano nuovamente in corso lavori di ristrutturazione, motivo per cui i beni di famiglia erano stati conservati in cantina, dove gli scavatori li hanno rinvenuti. È famoso il tesoro di argenteria, custodito in casse all’interno delle quali gli oggetti erano avvolti in panni di lana, comprendente centodiciotto pezzi che formano un servizio da tavola completo.
 Casa di Livia
abitazione di epoca repubblicana posta a Roma sul Palatino tra il palazzo dei Flavi ed il tempio di Cibele. Messa in luce nel 1869, per incarico di Napoleone III, dall’archeologo Pietro Rosa, venne considerata residenza di Livia in base ad un’erronea interpretazione di un passo di Svetonio. La casa, in origine, si sviluppava su due piani, collegandosi con gli altri edifici circostanti. Attraverso un corridoio si accede ad un cortile, con pavimentazione a mosaico, forse coperto in origine da un tetto spiovente, intorno al quale si aprono tre ampi vani affiancati ed un quarto isolato ad ovest. Uno dei vani conserva parte della decorazione pittorica di II stile, che, attraverso una serie di architetture fantastiche, mostra paesaggi, case e personaggi.
 Casa di Meleagro
Pompei, VI 9, 2. La casa prende il nome da una pittura posta a sinistra dell’ingresso, purtroppo, ormai quasi del tutto illeggibile. Si distingue per il ricco cartibulum (tavolo) a sostegni marmorei figurati con grifi alati. Degno di nota è l’ambiente di soggiorno e ricevimento (oecus) di tipo corinzio, ovvero con colonnato interno, raro a Pompei. I vani intorno all’atrio, con impluvio centrale, hanno conservato i pavimenti originali di età repubblicana in cocciopesto, con ornati di tessere bianche.
 Cassandra
dal greco Κασσάνδρα, nella mitologia greca figlia di Priamo dotata di facoltà profetiche donatele da Apollo, il quale invano l’aveva amata. Invano, ammonì i Troiani che Paride sarebbe stato la rovina della città e, altrettanto inutilmente, provò a convincerli a non far entrare all’interno delle mura urbane il celebre cavallo di legno donato dai Greci. Catturata da Aiace Oileo, divenne schiava di Agamennone. Condotta a Micene fu uccisa dalla moglie di Agamennone, Clitemnestra.
 Cautes
dadofori, ossia portatori di fiaccola alzata, assistenti del dio Mitra, rappresentazione dell'aspetto mattutino del sole. Vestiti con berretto frigio, tunica corta e manicata, corte braghe e mantello portato dietro le spalle, presentano anche altri attributi, quali la pigna, il gallo ed un ramo con frutti.
 Cautopates
dadofori, ossia portatori di fiaccola abbassata, assistenti del dio Mitra, rappresentazione dell'aspetto vespertino del sole. Vestiti con berretto frigio, tunica corta e manicata, corte braghe e mantello portato dietro le spalle, presentano anche altri attributi, quali il cipresso, la falce e le spighe.
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