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Collezione

Magna Grecia

La collezione comprende una significativa parte dei materiali rinvenuti negli scavi effettuati nelle regioni meridionali del Regno borbonico, l'antica Magna Grecia, ovvero pervenuti al Museo, soprattutto nell'Ottocento, per acquisto e per dono di raccolte antiquarie; tra queste, una delle più importanti e numericamente più cospicue, è la Collezione Santangelo.

Storia e formazione: la collezione comprende una significativa parte dei materiali rinvenuti negli scavi effettuati nelle regioni meridionali del Regno borbonico, che nell’antichità costituivano il territorio della Magna Grecia. La maggior parte degli oggetti giungeva al Museo per acquisto e per dono; infatti, non furono molti gli scavi direttamente promossi dal governo borbonico, sia perché in quegli anni l’attenzione era rivolta principalmente a Pompei, sia a causa dell’estrema lontananza di alcuni siti dalla capitale. Molti materiali, sottratti da scavi non autorizzati, finivano così sul fiorente mercato antiquario e formano ormai una parte significativa delle collezioni dei maggiori Musei europei ed americani. Un apporto sostanziale alla dispersione del patrimonio magno-greco venne, in particolare, dalla passione per i “vasi etruschi” (in realtà attici e greci) divenuti famosi dalla ricca raccolta di antichità di Sir William Hamilton, pubblicata nel catalogo del D’Hancarville. Pochi furono i materiali immessi nel Museo nel Settecento, mentre il maggior incremento inizia nei primi decenni dell’Ottocento, in occasione delle più importanti scoperte nei siti antichi di Paestum, Anzi, Armento, Ruvo, Canosa, Egnazia. Negli anni centrali del XIX secolo e poco dopo, attraverso una mirata politica di acquisti di raccolte private, si formano alcune delle più cospicue raccolte del Museo: i vasi apuli, provenienti da Ruvo e Canosa, le oreficerie tarantine rinvenute nelle stesse tombe, le terrecotte figurate, le armature in bronzo, le pitture funerarie, le monete e le iscrizioni, queste ultime esposte nelle sezioni specifiche. Tra i nuclei collezionistici maggiori è la collezione Santangelo, formata tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento da una famiglia che ebbe un notevole ruolo nell’amministrazione borbonica; la raccolta entrò a far parte delle collezioni museali dopo l’Unità grazie all’opera di Giuseppe Fiorelli, e con il concorso finanziario del Comune di Napoli. La provenienza collezionistica di molti oggetti e la scarsità dei centri antichi documentati non hanno permesso la formazione, nel Museo, di un sezione organica rappresentativa della civiltà della Magna Grecia; tuttavia non di minore interesse risulta la visita ai nuclei napoletani, sia per la rilevanza artistica di alcuni oggetti, sia perché sono testimonianza del primo approccio scientifico alla storia della Magna Grecia.

Percorso: l’esposizione si apre con i modelli in sughero dei templi di Paestum, realizzati tra il 1805 ed il 1822, seguono poi i materiali della Lucania, con Poseidonia - Paestum. Tra i vasi figurati spicca la lekythos con Eracle nel giardino delle Esperidi, firmata dal ceramista pestano Assteas. Notevoli sono pure le armature in bronzo databili alla seconda metà del IV sec. a.C. Oltre a Paestum sono documentati altri centri della Lucania antica: tra questi Velia, con una stele votiva a sacello in marmo della fine del VI sec. a.C.; Armento, con lo splendido cratere apulo raffigurante la morte di Meleagro, della cerchia del pittore di Licurgo (360-340 a.C.); Anzi, con una serie di importanti vasi a figure rosse di fabbrica lucana, tra i quali il cratere con la pazzia di Licurgo del pittore di Brooklyn-Budapest; Metaponto, con un gruppo di terrecotte architettoniche, che conservano ancora tracce della ricca policromia originaria, rinvenuti negli scavi eseguiti nella zona del santuario di Apollo Liceo. Il Bruttium antico, corrispondente all’attuale Calabria, è rappresentato dai materiali provenienti da Locri e Medma e da alcuni ripostigli monetali poco noti e scarsamente documentati. A Locri furono intrapresi scavi “di regio conto” fin dal 1790, tuttavia è con gli scavi di Paolo Orsi, tra il 1889 ed il 1890, in località Parapezza, fuori il perimetro delle mura della città, che giunsero al Museo migliaia di oggetti votivi, in particolare statuette fittili, ceramiche corinzie e vasetti miniaturistici. La regione che più d’ogni altra ha contribuito alla formazione ed all’incremento delle collezioni del Museo è la Puglia. Sono esposti i materiali tarantini recuperati da rinvenimenti fortuiti sia nell’ampia area sul Mar Piccolo denominata “Fondo Giovinazzi”, che in altre zone. Si tratta di migliaia di terrecotte votive, realizzate a matrice, e destinate ad offerte nei santuari o deposte nelle tombe. Ruvo, antico centro della Peucetia, raggiunse l’apice della sua prosperità nel V e IV sec. a.C. Nonostante l’intensa attività di scavi improvvisati ed illeciti eseguiti dai suoi stessi cittadini (tra questi, Michele e Salvatore Fenicia, il canonico Ficco, il farmacista Cervone, l’avvocato Jatta), i materiali più significativi recuperati finirono per alimentare le raccolte degli abitanti del luogo, sottraendoli, almeno parzialmente, alla dispersione sul mercato antiquario. Della raccolta appartenuta al canonico Ficco, composta da duecentocinquanta oggetti tra armature, oreficerie e vasi figurati, acquistata dal Museo, facevano parte sei lastre dipinte, datate tra la fine del V e la metà del IV sec. a.C., provenienti da una tomba a camera scoperta, nel 1833, in un terreno di sua proprietà. Tra i vasi recuperati dalla Tomba “del vaso delle Amazzoni”, scoperta nel 1834, ed attribuiti ad officina apula, al Pittore di Dario o alla sua cerchia (340-330 a.C.), sono lo splendido cratere colossale con una scena di battaglia tra Greci e Persiani, due anfore di tipo panatenaico, una con scena di combattimento tra un Greco e un Persiano, l’altra con la rappresentazione della pazzia di Licurgo, ed un deinos con corsa di quadrighe. Insieme ai vasi un ruolo molto importante nel commercio ottocentesco delle antichità a Ruvo fu rappresentato dalle oreficerie e dalle armature. Tra i gioielli arcaici, eseguiti probabilmente dalle officine etrusche della Campania, sono una splendida collana d’oro con pendenti a protomi di Sileno, ghiande e fiori di loto, e la coppia di fibule in oro con pendenti a melograno. Tra le armature, databili tra la seconda metà del VI e gli inizi del V sec. a.C., sono alcuni elementi per la bardatura dei cavalli.Le testimonianze di maggiore rilievo del centro messapico di Egnazia, l’antica Gnathia, sono dei frammenti di affresco da una tomba del IV-III sec. a.C. con raffigurazioni di cavallo e scudiero, una spada sospesa ad un chiodo, un gorgoneion ed uno scudo con al centro una protome gorgonica. Dalla stessa tomba provengono due crateri a campana decorati nel cosiddetto “stile di Gnathia”, una particolare classe ceramica contraddistinta dall’uso di una vernice nera lucente che riveste la superficie del vaso, sulla quale sono sovraddipinte in bianco, giallo e violaceo per i particolari, piccole composizioni prese dal repertorio dionisiaco.Il sito di Canosa è documentato attraverso alcuni dei più ricchi corredi funerari degli ipogei monumentali situati lungo le strade fuori la città. Scoperto nel 1851 il cosiddetto “Ipogeo del Vaso di Dario” restituì uno straordinario corredo di vasi figurati e plastici, ed armature di bronzo. Da uno dei tre ipogei Lagrasta, cosiddetti dal nome del proprietario del terreno, provengono due colossali patere apule a figure rosse, del pittore del Sakkos bianco - Gruppo del carro (circa 325-300 a.C.), così denominato proprio per la quadriga trainata da cavalli raffigurata al centro, quattro oinochoai, due piatti piani in vetro fuso ed uno in vetro millefiori del III - II sec. a.C., oltre ad alcuni oggetti di oreficeria. La più importante collezione comprendente oggetti dalla Magna Grecia e giunta nel Museo nel 1866, è quella iniziata, sin dalla fine del Settecento, dal marchese Francesco Santangelo ed accresciuta, con scavi ed acquisti, dai figli Nicola e Michele, entrambi, come il padre, appassionati di arte e di antichità. La parte più rilevante della collezione era costituita dalla serie di millequattrocentoundici vasi esemplificativi di tutte le classi della ceramica figurata e non, delle fabbriche attiche ed italiote, notevoli non soltanto per la qualità, ma anche per la varietà e la rarità delle forme. Nella raccolta spiccano i numerosissimi vasi configurati, in gran parte di raffinata esecuzione, che costituivano la vera rarità del Museo Santangelo. Tali sono i rhytà, attici ed italioti a figure rosse, ad es. a zampa di cavallo, a testa di ariete, a testa di agnello, od i vasi configurati a “negro e mostro marino”, o a “Pigmeo e gru”. Tra la raccolta delle terrecotte spiccano alcune opere per originalità e qualità, tra queste il rilievo con la raffigurazione del mito di Atteone, la testa femminile di stile severo da Reggio Calabria, e la statuetta femminile in stile dedalico, datata tra il 650-630 a.C.

Ulteriori informazioni
Dati collezione
Bibliografia:

Orlandini 1986; Museo Archeologico 1994; Greci in Occidente MANN 1996; Museo Archeologico 1999; Borriello - Rubino 2003.

Collocazione: Primo piano, sale CXXX-CXXXVII