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Collezione

Salone della meridiana

Gran Salone della Meridiana: una delle più imponenti aule coperte d'Europa. La sua costruzione iniziata tra il 1612 ed il 1615 per problemi statici venne ultimata solo nel 1804. La sala prende il nome dalla meridiana solare realizzata tra il 1790 ed il 1793 quando l'astronomo Giuseppe Casella pensò d'installare qui un Osservatorio Astronomico, progetto presto abbandonato per l'inadeguatezza del luogo.

Storia e formazione: il Gran Salone della Meridiana è una delle più imponenti aule coperte d’Europa (lunghezza m. 54,80, larghezza 20,80 e altezza m 20,35). La sua costruzione risale agli anni 1612-1615, quando, per volere del viceré don Pedro Fernando de Castro, Conte di Lemos, e ad opera dell’architetto Giulio Cesare Fontana, si decise di trasformare le strutture di un edificio cinquecentesco incompiuto e destinato alla Real Scuderia, per ospitarvi gli Studi, fino ad allora situati nelle stanze del cortile di San Domenico Maggiore. Tuttavia, il progetto non venne ultimato, si completò solamente l’ala occidentale ed il corpo centrale, il cui interno, al piano superiore, era costituito dalla Gran Sala, destinata fin dall’inizio ad accogliere la “libraria pubblica”. Gli Studi furono inaugurati nel giugno del 1615 e vi rimasero per oltre un secolo e mezzo. Tuttavia durante tutto il Seicento il Salone non fu quasi certamente aperto al pubblico, perché rimasto ancora incompiuto. Già negli ultimi decenni del XVII secolo la sua instabilità statica destava notevoli preoccupazioni, aggravate dal forte terremoto che colpì nel 1688 Napoli, sicché la sala, lasciata scoperta, andò progressivamente in rovina. Poco dopo il suo arrivo a Napoli, Carlo di Borbone (1734) diede all’architetto Giovan Antonio Medrano l’incarico di ristrutturare l’edificio.

Percorso: nel periodo del regno di Carlo III pervenne a Napoli da Parma la Biblioteca Farnesiana, di proprietà dei Borbone per lascito testamentario, e negli intenti del re nacque il progetto di unire la propria raccolta libraria a quella pubblica, destinandola alla gran Sala del Palazzo degli Studi, cui nel 1735 fu ripristinato il tetto. Tuttavia, quando Carlo III lasciò il trono di Napoli per quello di Spagna, il suo progetto non era ancora completato. Dopo il trasferimento, nel 1777, dei Regi Studi nel Real Convitto del Salvatore, si cominciò a ristrutturare il Palazzo, scelto da Ferdinando come sede del Real Museo. Nel 1782, su progetto dell’architetto romano Pompeo Schiantarelli, vennero restaurati lo Scalone ed il Salone: si rifece il pavimento in mattoni verniciati (quello attuale in marmo policromo risale al XIX secolo), furono sostituiti i vecchi armadi per i libri con scaffalature in noce ornate da cornici dorate, collocate su due ordini. Si disposero, inoltre, dei cassettoni di forma piramidale per conservare strumenti matematici, e la porta d’ingresso fu decorata con quattro colonne in alabastro ai lati e due nicchie per statue. La volta fu arricchita da uno splendido affresco dell’artista napoletano Pietro Bardellino, con la data 1781 e la firma dell’autore. L’opera celebra le virtù di Ferdinando IV e di sua moglie Maria Carolina d’Austria come protettori delle arti: la Virtù incorona i due sovrani circondati dalla personificazione delle Scienze, delle Lettere, delle Arti, della Fede, della Giustizia, della Forza e della Verità. Completano l’allegoria, a sottolineare l’impegno svolto della coppia reale nella cultura, due motti: “Regis virtutibus fondata felicitas”, la felicità si fonda sulle virtù del re, e “Iacent nisi pateant”, le cose d’arte languono se non sono esposte al pubblico. Alle pareti, tra le finestre del secondo ordine, furono collocate diciotto tele dipinte illustranti le gesta di Alessandro Farnese, condottiero ed eroe della controriforma, nelle Fiandre. Provenienti dal Palazzo Farnese di Piacenza, i dipinti furono realizzati alla fine del XVII secolo da artisti della corte dei Farnese, quali G. E. Draghi e D. Piola. Il 1783 fu l’anno dell’apertura ufficiale della biblioteca, come indicato dalla lapide commemorativa all’ingresso, composta dall’erudito Francesco Daniele. Tuttavia la data non corrisponde a quella dell’apertura vera e propria, infatti all’epoca i lavori non erano stati ancora ultimati e la sistemazione dei libri impose, in realtà, tempi molto lunghi. La sala subì ulteriori trasformazioni tra il 1790 ed il 1793, quando si pensò di installare, nell’ala Nord-Ovest, un Osservatorio Astronomico su proposta dell’astronomo Giuseppe Casella. Il progetto tuttavia fu presto abbandonato, ma fu realizzata sul pavimento una meridiana, che dà tuttora nome alla sala. Disegnata da Pompeo Schiantarelli, lunga oltre 27 metri, essa è composta da un listello di ottone disposto tra riquadri di marmo nei quali sono incastonati graziosi medaglioni dipinti raffiguranti i dodici segni dello zodiaco. A mezzogiorno locale, la luce del sole, penetrando dal foro dello gnomone collocato in alto nell’angolo Sud-Ovest, cade sulla linea meridiana del pavimento, percorrendola in base alle stagioni.Poco tempo dopo l’inaugurazione ufficiale della Biblioteca (1804), nuove scosse sismiche provocarono diverse lesioni, e già alla fine del secolo si verificarono nuovi problemi di agibilità nella sala del Museo, diventato, dal 1860, Nazionale. La volta appariva infatti alquanto dissestata, sia per le infiltrazioni d’acqua piovana, sia per il cedimento di buona parte delle capriate lignee, mentre diventava sempre più urgente risolvere il problema della carenza di spazi per le raccolte archeologiche con il continuo afflusso di materiali dagli scavi, ed anche per la Biblioteca con il cospicuo incremento dei volumi, cosicché nel 1925 la Biblioteca venne trasferita nella sua sede attuale a Palazzo Reale. Nel 1927 la sala venne aperta al pubblico ulteriormente arricchita con gli arazzi fiamminghi raffiguranti la battaglia di Pavia; realizzati dai disegni originali di Bernard van Orley, oggi al Louvre, gli arazzi furono offerti in dono a Carlo V dai mercanti di Bruxelles, passarono poi in proprietà ai d’Avalos e nel 1862 vennero donati al Museo di Napoli da Don Francesco d’Avalos. Gli arazzi rimasero a decoro del Salone fino al 1957 quando furono trasferiti con la Pinacoteca al Museo di Capodimonte. Nel Salone fu, inoltre, situato l’Atlante Farnese, una statua in marmo del II sec. d.C. che conserva sulla volta celeste, sorretta dal Gigante, una delle più complete rappresentazioni antiche dello Zodiaco.

Ulteriori informazioni
Dati collezione
Bibliografia:

Mancuso 1983; Cantilena 1988; Museo Archeologico 1994; Museo Archeologico 1999.

Collocazione: Primo piano