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Collezione

Villa dei Papiri

Nella sezione è esposto l'arredo scultero della Villa dei Papiri di Ercolano, una delle più grandi e sontuose residenze romane mai esplorate, scavata per volere di Carlo di Borbone, tra il 1750 ed il 1764. Oltre alla straordinaria raccolta di opere d'arte, la villa ha restituito una cospicua biblioteca di papiri con testi greci e latini.

Storia e formazione: la sezione, comprendente busti, erme, statue e teste in bronzo e marmo provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, fu inaugurata nel 1973, ed è tuttora collocata al primo piano del Museo. La Villa dei Papiri, una delle più grandi e sontuose ville romane mai esplorate, fu scavata, per volere di Carlo di Borbone, con un articolato sistema di pozzi di discesa ed areazione e cunicoli sotterranei, tra il 1750 ed il 1764. Le indagini furono condotte sotto la guida, dapprima, di un agrimensore spagnolo, Don Rocco Gioacchino Alcubierre e, poi, dell'ingegnere svizzero Karl Weber, cui si deve anche la pianta datata al 20 luglio 1754 con l'indicazione dei rinvenimenti dei reperti scultorei, esposta all’ingresso della collezione. Successivamente gli scavi furono proseguiti da Francesco La Vega, da Camillo Paderni, custode del Museo di Portici, e dallo scultore e restauratore francese Canart. La villa, di cui negli ultimi anni è ripreso lo scavo, era costruita a terrazze su una collinetta a nord-ovest di Ercolano parallelamente alla linea di costa, ed era estesa su di un fronte lungo oltre m 250, secondo un orientamento dell’asse longitudinale in direzione nord-ovest/sud-est. Della villa sono stati riconosciuti quattro nuclei principali pertinenti ad un impianto originario del II sec. a.C., in seguito ampliato nella prima metà del I sec. a.C.: un corpo centrale organizzato secondo i canoni della domus italica, con atrio, tablino e peristilio quadrato, una serie di ambienti nel settore orientale, un grande peristilio rettangolare ed alcune strutture poste ad Ovest del peristilio rettangolare in direzione di un terrazzo che terminava in un belvedere di forma circolare. Il complesso residenziale restituì circa novanta sculture ed oltre milleottocento rotoli di papiro, per lo più con testi greci di filosofia epicurea ad opera di Filodemo di Gadara, un filosofo del I sec. a.C., oltre ad alcuni in latino, tra cui un anonimo De bello Actiaco sulla guerra tra Marco Antonio e Cleopatra contro Ottaviano. Un membro certamente della nobilitas romana, dedito alla filosofia epicurea e raffinato estimatore della cultura ellenistica, il proprietario della villa è stato identificato con Lucius Calpurnius Piso Cesoninus, suocero di Cesare, console nel 58 a.C. ed amico di Filodemo di Gadara, oppure con Appius Claudius Pulcher, console nel 38 a.C., cognato di Lucullo, e famoso per le sue inclinazioni ellenizzanti.

Percorso: degni di attenzione sono, in primo luogo, alcuni piccoli busti in bronzo di filosofi e letterati, Epicuro, Ermarco, Zenone e Demostene, utilizzati molto probabilmente come una sorta di “segnalibri” nella celebre biblioteca della villa la quale ha restituito una cospicua raccolta di papiri con testi latini e greci oggi custoditi e studiati nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
Sotto il nome di “danzatrici” vanno cinque splendide statue bronzee provenienti dal grande peristilio del complesso e raffiguranti cinque peplophoroi, portatrici d’acqua, da identificare, molto probabilmente, con le Danaidi, figlie del re Danao, condannate, secondo il racconto mitologico, ad attingere acqua senza fine per aver ucciso a tradimento i propri sposi. Accanto ad esse tra i capolavori di questa lussuosa residenza vanno ricordati le due celebri statue in bronzo di corridori, copie di originali databili al IV sec. a.C., un Hermes a riposo in bronzo di ispirazione lisippea, una statua bronzea di Satiro ebbro disteso su una roccia coperta da una pelle di leone, due eleganti statue in bronzo raffiguranti cerbiatti, oltre ad una serie di busti relativi a sovrani, condottieri, filosofi e letterati greci. Particolare interesse suscita la testa del cosiddetto Pseudo Seneca, in realtà un ritratto in bronzo riferibile ad Ennio, Aristofane o, più probabilmente, Esiodo od Esopo. Notevoli sono, infine, la statua in marmo di Athena Promachos, rielaborazione di età augustea di un tipo del II sec. a.C., e due erme, quella del Doriforo di Policleto e di una Amazzone, copia da un originale di Fidia.

Ulteriori informazioni
Dati collezione
Bibliografia:

Wojcik 1986; Museo Archeologico 1994; Museo Archeologico 1999; Adamo Muscettola 2000a; Mattush 2005.

Collocazione: Primo piano, sale CXIV-CXVII