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Collezione

Collezione egiziana

La Collezione Egiziana, seconda per importanza in Italia solo a quella del Museo Egizio di Torino, offre numerose testimonianze della civiltà egiziana dall'Antico Regno fino all'età tolemaico-romana.

Storia e formazione: la Collezione Egiziana, seconda per importanza in Italia solo a quella del Museo Egizio di Torino, fu costituita tra il secondo ed il terzo decennio dell'Ottocento con l’acquisizione di materiali provenienti da collezioni private e dagli scavi borbonici nell’area vesuviana ed in quella flegrea. Contraddistinta dalla presenza di raccolte diverse per gusto, epoca e modalità di formazione, la collezione racchiude, oltre agli indiscutibili e interessanti dati archeologici, un grande valore storico documentario nell’ambito del collezionismo. Unico esemplare di provenienza egiziana della collezione Farnese è il Naoforo, una statua raffigurante un personaggio inginocchiato con un’edicola tra le mani (naòs, da cui la denominazione corrente di naoforo) al cui interno è il dio Osiride.

Percorso: nelle sale XIX-XXI del Museo è esposto il nucleo principale della Sezione egiziana, quello appartenente alla collezione Borgia, formata nella seconda metà del Settecento dal Cardinale Stefano Borgia, personaggio di grande cultura, interessato allo studio della storia e dell’antiquaria. Il Cardinale, già erede di una raccolta di oggetti antichi rinvenuti nei dintorni di Roma e di Velletri, si adoperò con passione per accrescere la sua raccolta fino a trasformarla in un vero e proprio museo. Il suo impegno in campo politico e religioso, e gli incarichi avuti dal governo pontificio facilitarono il Borgia nel suo interesse per il collezionismo di oggetti antichi. In particolare, la sua attività di Segretario e poi Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide svolta in un momento particolarmente delicato per i Gesuiti e per le missioni cattoliche all’estero, fu di fondamentale importanza per la Chiesa. Egli infatti incoraggiò la formazione di sacerdoti indigeni presso le missioni attive in particolare in Oriente, e ciò rese meno ostili le popolazioni locali verso gli Istituti religiosi. Il successo così ottenuto gli procurò la stima e la riconoscenza dei missionari e degli inviati all’estero che iniziarono a portargli doni dai luoghi nei quali operavano.Il Borgia cominciò così a ricevere moltissimi oggetti dall’Egitto, oltre ai manoscritti copti avuti su sua richiesta, tanto da costituire la più ricca collezione del genere dell’epoca. Con la morte del Cardinale nel 1804, la collezione fu in parte donata alla Congregazione di Propaganda Fide e per il resto passò al nipote Camillo che cercò di venderla prima al re di Danimarca, poi a Gioacchino Murat, allora re di Napoli, al quale si deve il merito dell’acquisto avvenuto nel 1814, sebbene le trattative si conclusero con il ritorno dei Borbone, ad opera di Ferdinando I nel 1815. La collezione Borgia, una delle più antiche della storia del collezionismo europeo, illustra un momento d’interesse per l’Egitto precedente a quello suscitato dalla spedizione napoleonica (1798 - 1799) e rispecchia il gusto antiquario tipico dell’epoca della sua formazione documentato da statue ridotte a busti o a teste - ritratto, e da molti oggetti di carattere funerario e magico - religioso rinvenuti principalmente nelle zone più facilmente raggiungibili dagli Europei del XVIII secolo, ossia quelle del Delta e di Menfi. La più rilevante tra quelle napoletane dopo la borgiana è la collezione Picchianti. Giuseppe Picchianti era un viaggiatore ottocentesco di origine veneta che, affascinato dal clamore delle scoperte fatte dal padovano Belzoni e dal commercio di oggetti antichi, intraprese un viaggio nel 1819 durato circa sei anni, durante il quale risalì la Valle del Nilo fino a raggiungere il deserto nubiano. Nel corso del suo soggiorno egli passò per alcune delle località archeologiche di maggiore interesse per i collezionisti come Giza, Saqqara, Tebe, e da questi luoghi raccolse una notevole quantità di materiali, provenienti probabilmente da contesti funerari, adatti a soddisfare il gusto per l’esotico ed il macabro tipici di una certa cultura ottocentesca. La sua raccolta comprende mummie, sarcofagi, canopi, ma anche oggetti facenti parte del corredo funebre che testimoniano aspetti del quotidiano, quali specchi, vasi per cosmetici, sandali. Tornato in Italia Picchianti cercò di vendere la sua raccolta al re di Sassonia, ma senza riuscirvi. Successivamente una parte venne da lui stesso venduta al British Museum ed un’altra l’acquistò il Museo di Napoli dalla vedova, la contessa Angelica Droso. PercorsoNella sala XIX sono esposte tutte le statue della raccolta che coprono un quadro cronologico di circa tremila anni, dagli inizi dell’Antico Regno all’età tolemaico - romana. Tra queste il documento più antico è una statua di funzionario della III dinastia (2700 - 2640 a.C.) nota come “Dama di Napoli”. Al Nuovo Regno, e più precisamente alla XIX dinastia (1308 - 1194 a.C.) appartengono, invece, il monumento funerario di Imen-em-inet, in granito nero, ed il gruppo scultoreo dei coniugi Pa-en-dua e sua moglie Nesha in basalto. Nella stessa stanza sono esposti, inoltre, alcuni frammenti di obelischi di epoca faraonica e romana. La sala XX ospita alcuni elementi del corredo funerario, una serie di oggetti votivi, e diverse stele arpocratee, lastre cui si attribuiva la funzione di proteggere magicamente il loro possessore da pericoli di vario genere e dalle insidie di animali pericolosi. Del corredo funerario facevano parte, ad esempio, gli ushabty, statuette in legno, pietra e faïence a forma di mummie rappresentanti entità con il compito di lavorare nell’aldilà al posto del defunto. Alla collezione appartengono anche tre sarcofagi di fattura ed età diverse: un frammento del sarcofago in basalto di Pa-ir-kap della XXX dinastia e due sarcofagi antropoidi in legno stuccato e dipinto di epoca greco-romana contenenti mummie non pertinenti.Nella sala XXI è presentata una raccolta di iscrizioni e di calchi ottocenteschi che consente di tracciare un panorama dei diversi modi di scrivere in uso in Egitto, dalle origini fino al demotico ed al greco. E’ qui ospitata la celebre “Charta Borgiana”, un papiro redatto in greco corsivo del II sec. d.C. Nello stesso luogo sono, inoltre, esposti alcuni oggetti provenienti dalla Campania, in particolare dai siti vesuviani. Spesso sono stati infatti trovati negli scavi numerosi oggetti egiziani o egittizzanti, sia impiegati a scopo rituale in santuari isiaci, come la stele di Samtowetefnakhte nel tempio di Iside a Pompei, sia adoperati come semplici oggetti alla moda, divulgatasi dopo la conquista di Augusto nel 30 a.C., come una mensa votiva in basalto nero di Psammetico II, riutilizzata come soglia nella Casa del Doppio Larario a Pompei. Nelle sale XXII e XXIII è esposta la raccolta Picchianti Nella prima sono illustrati, tra gli altri, una cospicua quantità di vasi databili dalle prime dinastie all’epoca tolemaico - romana, stele funerarie, ed una ricca raccolta di ushabty, molti dei quali formano gruppi omogenei, come i centoquattordici appartenenti ad un personaggio di nome Her-udja della XXX dinastia. Nella stessa sala è inoltre esposta, insieme a due piccoli, una mummia di coccodrillo. La sala XXIII ospita quattro mummie, tre della collezione Picchianti, due di adulti ed una di bambino, oltre ad un’altra donata da Emilio Stevens. Sono, inoltre, esposti diversi oggetti del corredo funebre ed una significativa selezione di amuleti, tra i quali lo scarabeo, che assicurava la rinascita perpetua, l’occhio udjat ovvero occhio di Horus, che garantiva la salute, i pilastri djed che raffiguravano forse la spina dorsale di Osiride ed alludevano alla stabilità del cielo. Fanno parte della Sezione egiziana anche oggetti sporadici di varia provenienza e raccolte di minore consistenza come quella dello Schnars, un viaggiatore tedesco che visitando diversi siti dell’Alto e Basso Egitto aveva messo insieme una piccola collezione donata al Museo nel 1842.

Ulteriori informazioni
Dati collezione
Bibliografia:

Civiltà dell’Antico Egitto 1983; Collezione egiziana 1989; Museo Archeologico 1994; Museo Archeologico 1999; Collezione egiziana 2000.

Collocazione: Piano sotterraneo, sale XVIII-XXIII