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 Balteus
dal latino balteus, “cintura, fascia”.
 Berretto frigio
tipico copricapo a punta degli abitanti della Frigia, parte occidentale dell'altopiano interno dell'Anatolia.
 Bucranio
motivo ornamentale architettonico dell’età antica, riproducente una testa di bove scarnita, ornata di bende e ghirlande di fiori, come le vittime dei sacrifici.
 Bugnetta
dal latino tardo bunia, “oggetto rigonfio”, tipo di decorazione a rilievo di forma circolare, tipica della ceramica di impasto.
 Bulla
dal latino bulla, “bulla”, oggetto costituito da due metà concave riunite da un fermaglio che, appesa ad un filo, pendeva sul petto dei fanciulli con lo scopo di proteggerli dalle presenze negative: conteneva infatti un amuleto, e doveva essere portata fino a sedici anni, quando, deposta insieme alla praetexta, una tunica bordata di porpora, veniva dedicata ai Lari. Solo ai nati liberi (ingenui) era consentito portarla.
 Caduceo
dal latino caduceum, “verga dell’araldo”, verga con due serpenti e, talvolta, due ali spiegate all’estremità, attributo degli araldi e di Hermes in particolare. Simbolo di pace e di prosperità, a Roma aveva l’aspetto di un bastone d’ulivo inghirlandato.
 Caelestis
in latino, epiteto attribuito dai Romani alla divinità cartaginese Tanit, spesso identificata con Giunone.
 Caestus
corrispondente al greco ιμάς ‘οξύς, sorta di guantone per pugili, formato da un anello di strisce di cuoio poste su una specie di cuscinetto e riunite da cinghie in cui erano inserite le quattro dita della mano, allacciato mediante corregge sovrapposte alla mano e all’avambraccio. Sulla parte superiore il guantone era concluso da una sorta di guaina in lana, adoperata per parare i colpi dell’avversario o per detergersi il sudore o il sangue. Utilizzato già intorno alla metà del IV secolo a.C., in età imperiale fu reso più pesante, talvolta addirittura con l’aggiunta di borchie, per una maggiore e più cruenta spettacolarizzazione degli incontri.
 Calco
riproduzione fedele di un prototipo scultoreo, con la funzione di realizzare copie conformi all’originale. Il calco, generalmente in gesso, perché più leggero, viene ricavato da una forma cava, la matrice o stampo, che nel caso di sculture in bronzo si ottiene direttamente dalla scultura originale, mediante una procedura complessa: sulla superficie del bronzo si cosparge una sostanza antiaderente per assicurare il distacco della matrice, e quindi si pressa un materiale- nel caso dei calchi di Baia, nuovamente il gesso- in grado di solidificarsi conservando l’impronta della superficie cui aderisce.
 Candelabro
i candelabri, in bronzo, con bracci recanti sulla sommità talvolta impreziosite da più figurine plastiche, iniziano ad apparire durante il V-IV secolo a.C. in Etruria (Orvieto) e in Italia meridionale (Taranto) come veri e propri porta candele. Tra il II e la fine del I secolo a.C. ebbero una rapida diffusione, mentre in età augustea si avverte una nuova evoluzione delle forme, che andranno via via standardizzandosi all’inizio dell’età imperiale. Dall’età romana in poi i candelabri, elemento di non secondaria importanza nell’arredo delle domus romane, dove potevano essercene anche alcuni in legno, erano generalmente costituiti da un piattello superiore circolare solitamente a calice spesso con decorazione geometrico - floreale, per l’appoggio della lucerna, un fusto liscio, scanalato o a canna, a volte con ganci per la sospensione di lampade, e una base a tre zampe ferine. Più rari erano invece i candelabri configurati a mò di tronco d’albero sinuoso con bracci curvilinei per appendervi lucerne mediante catenelle alla sommità. In alcuni casi, oltre ad essere estensibili, possedevano dei piedi smontabili, così da avere un più pratico utilizzo in caso di spostamenti. Per la loro ricercatezza e preziosità (Plinio parla anche dell’astronomico valore di 50.000 sesterzi), divennero un elemento importante dell’arredo domestico, in particolarmente adoperati nelle exedrae e nei triclinia.
Architettura, negli affreschi di età romana, a partire dal III stile, sviluppatosi durante il principato di Augusto, esili candelabri argentei o floreali, spesso sovrastati da figure, venivano dipinti lungo le pareti ritmandone ed alleggerendone la struttura.
 Caulicolo
stelo della pianta dell’acanto utilizzato come ornamento del capitello corinzio. Esso è solitamente raffigurato in forma di voluta come sostegno dell’abaco; le sue spire sono chiamate anche elici.
 Cavea
dal latino cavea, “cavità”, parte dell’anfiteatro, del teatro o del circo formata da gradini dove sedevano gli spettatori. Era divisa orizzontalmente in tre parti dette, dal basso verso l’alto, ima, media e summa cavea, e verticalmente mediante scale dette klimakes, in settori detti cunei o kerkides.
 Cembalo
dal greco κύμβαλον, “cembalo”, strumento idiofono a percussione in metallo, di forma piatta o convessa, percosso con la mano o un martello.
 Cesello
opera di incisione eseguita su un metallo con l’omonimo strumento, uno scalpello la cui punta ha fogge differenti a seconda del tipo di lavoro da eseguire.
 Cetra
dal greco κιθάρα, strumento musicale a corda, formato da una cassa armonica in legno e da due bracci, uniti da un’asticella trasversale. Tra quest’ultima e la cassa erano fissate dapprima quattro o cinque, poi sette, undici, ed, infine, quindici corde, pizzicate con un plettro.
 Chiastico
da chiasmo: termine introdotto nella storia dell’arte antica per indicare la disposizione delle membra nelle statue policletee, di cui il Doriforo rappresenta il canone. Essa risulta da un rapporto incrociato tra arti superiori e inferiori: il braccio in riposo è dal lato della gamba portante, il braccio attivo da quello della gamba flessa; alla spalla abbassata corrisponde l’anca più alta e viceversa.
 Chitone
dal greco χιτών, “abito”, indumento originariamente sia maschile che femminile, consistente in un rettangolo di stoffa ripiegato lungo il bordo e poi fermato sulle spalle ed in vita; il risvolto formava così una sorta di mantellina, definita apoptygma, che arrivava alla vita, mentre la veste poteva giungere al ginocchio o alle caviglie. Questo è il peplo dorico, generalmente di lana, in uso sino all'epoca di Pericle, quando venne sostituito da quello ionico, prettamente femminile, in lino, di forma cilindrica, fermato da fibule e cuciture lungo le braccia e lungo i fianchi, e stretto in vita da una cintura.
 Cimiero
ornamento o pennacchio dell'elmo.
 Citaredo
dal greco κιθαρωδός, cantante che accompagna il suo canto col suono della cetra.
 Clamidato
rivestito di clamide.
 Clamide
dal greco χλαμύς, “mantello”, è il corto mantello di lana leggera che si affibbiava su una spalla, lasciando scoperto un fianco, oppure alla gola, sovrapponendo i due lembi in modo tale da coprire tutta la parte superiore del corpo. L’indumento ha probabilmente origine in Tessaglia o in Macedonia; in Grecia era simbolo del comando militare, e come tale era indossata nell’esercito, ma anche segno del passaggio dalla fanciullezza alla pubertà per i giovinetti, cui veniva infatti donata, mentre a Roma era il comandante supremo dell’esercito a portare una clamide purpurea.
 Clipeo
lat. clipeus, scudo rotondo di uso antichissimo presso i Romani; copriva la testa e la parte superiore del corpo sino al ginocchio. Generalmente, era di cuoi, ricoperto da lamine metalliche; era usato dai soldati della prima classe, mentre gli altri usavano uno scudo rettangolare (scutum). Il clipeo fu poi sostituito da uno scudo più leggero di pelle (parma). I Romani adottarono dai Greci l’uso di appendere ai templi scudi come ex-voto, con iscrizioni; più tardi questo tipo di clipeo divenne elemento decorativo in architettura.
 Coclide
dal latino cochlea, “chiocciola”, attributo che qualifica una colonna sul cui fusto si stende una decorazione continua con andamento spiraliforme.
 Compluvium
spazio libero rettangolare o quadrato nel tetto dell’atrium, della casa romana, attraverso cui entrava la luce e l’acqua piovana raccolta nell’impluvium.
 Coreuta
componente del coro.
 Corifeo
dal greco κορυφάιον, “capo”, capo del coro nella tragedia greca.
 Cornucopia
dal latino cornucopia, “corno dell’abbondanza”, vaso a forma di corno di capra pieno di frutta e foglie, simbolo della fertilità. Secondo la mitologia, Amaltea, la capra che allattava Giove, si sarebbe spezzata un corno che, riempito di frutta e foglie, sarebbe divenuto simbolo di abbondanza.
 Coro
dal greco χορός, complesso di attori (coreuti) cui erano affidate, sia nella tragedia che nella commedia, le parti più propriamente musicali, in cui si intrecciavano danza e canto. Il coro della tragedia era composto dapprima da dodici, poi da quindici elementi, disposti in tre file di quattro o cinque elementi guidati dal corifeo; il coro della commedia si componeva, invece, di ventiquattro coreuti, disposti su quattro file di sei o su sei file di quattro elementi ciascuna.
 Corona d’edera
ornamento del capo di forma circolare, in origine attributo delle divinità e poi passato a contrassegnare gli uomini in più diretto contatto con essa (sacerdoti e sovrani). Si tratta di un ramo d’edera curvato; la corona che abitualmente viene attribuita a Dioniso è fatta di tralci di vite, a rappresentarne l’albero a lui sacro.
 Corona hathorica
costituita da un disco solare fra corna di vacca, è il simbolo della dea-vacca Hathor, che in età tarda si identifica con Iside.
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